LA VALDERA ROMANA

 
 

Giulio Ciampoltrini


La Valdera romana tra Pisa e Volterra (I)



Nelle tormentate vicende del territorio volterrano durante i decenni centrali del I secolo a.C., a tratti illuminate dalle fonti letterarie, talora anche dall’evidenza archeologica, il ripostiglio emerso a Peccioli nel 1852, e andato subito diviso e disperso, rimane un impressionante documento del clima degli anni estremi della Repubblica.

L’assedio sillano di Volterra, le confische operate dal vincitore, il difficile equilibrio dei decenni che seguirono la ‘normalizzazione’ dell’80 a.C., quando potenti senatori, legati da rapporti clientelari con i ceti eminenti della città, permisero di eludere o ridimensionare gli effetti del disastro della guerra civile, ebbero comunque – e in particolare nella Valdera – pesantissime conseguenze, con la dissoluzione del sistema di insediamento ellenistico che, ancora fiorente ai primi del I secolo a.C., si eclissa proprio in concomitanza con l’assedio sillano alla città.

Sarebbe straordinariamente suggestivo collocare proprio in questo volgere di tempo la costruzione dell’edificio esplorato dal Gruppo ‘Tectiana’ alla Pievaccia di Chianni fra 2005 e 2007. La chiusa e massiccia struttura rettangolare, affidata a poderose fondazioni in ciottoli di fiume idonee a garantirne lo sviluppo su più piani, eretta su un rilievo che domina la valle dello Sterza e il medio corso dell’Era, potrebbe dare concretezza al tipo del castellum – evidente replica del pyrgos ellenistico – cui i veterani sillani avevano affidato il loro insediamento nel territorio fiesolano dopo la deduzione coloniale in città, nei primi anni Settanta; lo schema ellenistico di edificio rurale ‘protetto’ (anche psicologicamente) da una ‘torre’ poteva essere divenuto loro familiare durante le campagne in Grecia e in Asia Minore – il bellum Mithridaticum – degli anni Ottanta.

È plausibile, in effetti, che in anni in cui l’intreccio tra lotte civili e banditismo esponeva a continui rischi l’insediamento sparso, anche una struttura produttiva rurale avrebbe potuto essere costruita privilegiando le esigenze della sicurezza rispetto a quelle meramente funzionali; tuttavia le modestissime indicazioni cronologiche sin qui disponibili sull’epoca di fondazione dell’edificio, oscillante fra lo scorcio finale del II secolo a.C. e l’età augustea, invitano a valutare con cautela la proposta.

Il ripostiglio di Peccioli, invece, assicura che la fascia settentrionale del territorio volterrano non sfuggiva alle inquietudini che negli anni Sessanta, al momento dell’insurrezione di Catilina, trovavano sintetica espressione in Sallustio: «Interea Manlius in Etruria plebem sollicitare egestate simul ac dolore iniuriae novarum rerum cupidam, quod Sullae dominatione agros bonaque omnis amiserat, praeterea latrones cuiusque generis, quorum in ea regione magna copia erat, nonnullos ex Sullanis coloniis, quibus lubido atque luxuria ex magnis rapinis nihil reliqui fecerat». Veterani avvezzi più alla ferocia delle guerre civili che alla vita agreste e ceti rurali (e forse anche urbani) travolti dalle confische e non tutelati – a differenza dei maggiorenti cittadini, come a Volterra – neppure dalla sapiente rete di intrecci clientelari che traspare dai cenni dell’epistolario ciceroniano, dovevano trovare una comune valvola di sfogo nel banditismo – latrones cuiusque generis, quorum in ea regione magna copia erat – che poteva anche adattarsi a strumento di lotta di fazioni o di tutela violenta di interessi privati.

I ripostigli dell’Etruria centro-settentrionale degli anni cesariani, come quello di Gavorrano  1873, trovano forse proprio in questa particolare situazione di disagio sociale la più convincente delle motivazioni, ma anche negli anni del Secondo Triumvirato, con il riacutizzarsi delle tensioni per l’infuriare di guerre civili, da Modena a Perugia, e per le nuove distribuzioni di terre, si pone uno scenario capace di motivare l’occultamento del tesoro di migliaia di denari (dai 3400 effettivamente esaminati dal Cavedoni ai 6000 ipotizzati) nel territorio di Peccioli, in località indefinita se non per il nome dell’antico proprietario (la famiglia Pitti), scoperto nel 1852, suscitando interessi sui quali ha fatto ampia luce l’indagine di Stefano Bruni. Alle sue conclusioni è solo da aggiungere che il Migliorini diede una minuziosa descrizione dei dodici denari che ritenne di acquisire alle collezioni granducali; ne esce confermata la datazione proposta da Crawford sulla scorta dell’analisi numismatica edita dal Cavedoni, con il terminus post quem assicurato dall’emissione di Q. Salvius come imperator e consul designatus, nel 40 a.C..

Se il banditismo endemico della regione infuriava ancora negli anni Quaranta, forse favorito anche dallo spopolamento di molte aree rurali che emerge dall’indagine archeologica, in quegli stessi anni stava maturando la radicale trasformazione delle pianure dell’Etruria settentrionale che avrebbe determinato un paesaggio destinato a durare per secoli.


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http://www.segnidellauser.it/valderaromana/LA_CENTURIAZIONE_AUGUSTEA.html

http://www.segnidellauser.it/valderaromana/LA_MEDIA_E_ALTA_VALDERA.html

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