LA VALDERA ROMANA

 
 

Giulio Ciampoltrini


La Valdera romana tra Pisa e Volterra (IV)


ll silenzio dell’epigrafia d’età romana della Valdera potrebbe essere spezzato, paradossalmente, solo nel momento in cui l’evidenza archeologica segnala la crisi del sistema di insediamento. Anche se il reimpiego come mero materiale da costruzione lascia aperta e senza risposte la domanda sul luogo in cui era originariamente collocata, l’iscrizione ritrovata nel 1797 a Peccioli (CIL XI, 1780), latamente collocabile, per tratti epigrafici, linguistici, e per il formulario, fra avanzata età antonina e III secolo, posta da Murtius Verinus sulla tomba delle figlie Verina e Floriane, morte rispettivamente a 12 e 10 anni, potrebbe indiziare la società formata da schiavi e liberti (come forse Verinus) che fra l’avanzato II e il III secolo abitava – o amministrava? – le proprietà rurali delle aristocrazie cittadine, di rango senatorio o equestre, il cui consolidamento in Volterra è celebrato dalle rinnovate dotazioni (in particolare di pavimentazioni musive) di domus cittadine.

Grande proprietà e ‘piccoli’ insediamenti sparsi non sono incompatibili, come dimostra – per rimanere in questo territorio, in età moderna e contemporanea – l’intreccio di fattorie, ville, case mezzadrili, e forse l’articolato scenario di piccoli insediamenti, monumenti funerari gentilizi, qualche raro complesso strutturato, che si delinea nella Media Valdera integrando la scarna evidenza archeologica e le poche fonti epigrafiche, trova in una struttura sociale fortemente condizionata dagli interessi delle aristocrazie cittadine la più convincente motivazione.

Da un lato, dunque, la società della fondazione coloniale augustea, nelle piane centuriate; sulla fertile fascia collinare della Media Valdera, che aveva visto in età ellenistica fiorire un’aristocrazia locale capace di imparentarsi con quella cittadina, il consolidamento – forse già negli anni della Tarda Repubblica – degli interessi di famiglie volterrane in grado non solo di superare la crisi d’età sillana, ma di avvalersi proprio delle confische per consolidarsi nel territorio. In questa luce il castellum della Pievaccia di Chianni acquisterebbe una spettacolare valenza, così come la sua vita secolare, sicuro custode di una proprietà che si presentava alle plebi rurali nella forza del suo apparato murario, più segno del potere, ben visibile anche dalla città, che razionale centro produttivo.

Se questa rimane solo una suggestiva ipotesi, e se l’evoluzione del sistema degli insediamenti in età medio- e tardoimperiale è nella Media Valdera ancor più oscura che nella bassa valle, lo scavo di Santa Mustiola ha aperto anche una non insospettata, ma certamente inattesa, finestra sulla continuità degli insediamenti, fornendo un modello che impone di sottolineare la cautela indispensabile nella valutazione del silenzio archeologico.

Forse era solo un campo di ruderi il complesso di Santa Mustiola nell’avanzato o finale VI secolo, quando una piccola comunità si insediò sulla sommità del rilievo e per qualche tempo scaricò i suoi rifiuti sui fianchi della collina, finendo per livellare i resti della cisterna della prima età imperiale; ma i materiali della media e tarda età imperiale finiti frammisti a quelli del VI secolo lasciano piuttosto supporre che l’enigmatico complesso sia stato ininterrottamente occupato, anche se forse con ruoli progressivamente ridisegnati.

Nei drammatici momenti della seconda metà del VI secolo Santa Mustiola conosce un nuovo destino, sulle vie che percorrono i mutevoli scenari di un’Italia travolta dapprima dal ventennio delle guerre gotiche, e poi dall’arrivo dei Longobardi. La contiguità ad uno dei castelli che sembrano tracciare la frontiera dei Longobardi di Lucca nello scorcio finale del VI secolo – il castellum Faolfi – e la collocazione all’interno di un distretto che va da Legoli a Ghizzano e vede una tangibile presenza di proprietà di eminenti famiglie longobarde di Lucca e di istituzioni che ne sono il riflesso, come l’abbazia di Sesto, non lasciano dubbi sulla natura dell’insediamento che si costituì sulla vetta di Santa Mustiola: un abitato protetto almeno dalla natura del terreno, equivalente – forse in scala minore – o ‘satellite’ del castellum Faolfi, eretto sulla via verso Chiusi (e verso Roma) che dovette essere uno dei punti di conflitto fra i Longobardi di Lucca e i tentativi di riconquista bizantina, fino all’affermazione finale longobarda con Agilulfo, negli anni di passaggio fra VI e VII secolo.

Con l’alternarsi di testimonianze archeologiche e documentarie, Santa Mustiola di Peccioli propone il problema della continuità dell’insediamento fra media e tarda età imperiale, e Alto Medioevo, sul quale l’archeologia non è ancora in grado di offrire indicazioni solide.

Ai primi dell’XI secolo l’Abate di Sesto allivella a più riprese «cassina et resa massaricias qui videtur esse in loco et finibus ubi dicitur Santa Mustiola». Pochi dubbi che la Santa Mustiola in questione sia quella in cui l’abitato ‘protetto’ d’età longobarda si era insediato su una struttura rurale della prima età imperiale, e che, di conseguenza, la cassina altomedievale sia l’erede ultima di questa. Alla continuazione dello scavo di Santa Mustiola va la speranza che il dato archeologico consenta di verificare i modi in cui gli abitati e le strutture d’età romana generarono il paesaggio altomedievale che i documenti (in particolare lucchesi) e la toponomastica consentono di recuperare almeno per qualche lembo della Valdera.