LA VALDERA ROMANA


 
 

Giulio Ciampoltrini


La Valdera romana tra Pisa e Volterra (III)


Il corrispondente del sepolcreto delle Pescine sono gli abitati che ricerca di superficie o recuperi casuali stanno progressivamente rivelando nell’agro centuriato pisano, o nella piana tra Cascina, Era, Roglio, pertinente all’ager Volaterranus.

Anche se mancano sin qui indagini di scavo, nelle sezioni esposte da opere di bonifica o lavori pubblici, e nelle restituzioni ceramiche, gli abitati rurali tra Era e Arno – come quello della Badia, documentato con l’attività di recupero condotta lungo lo Scolmatore nel 1983-84 – sono assolutamente identici a quelli della Media Valdera, come l’insediamento del Fosso del Recinaio a Peccioli, ancora sezionato da una fossa nel 2003. Altrettanto emerge dalle valutazioni dell’indagine di superficie, comparando la carta archeologica della Bassa Valdera pisana stesa da Marinella Pasquinucci e dalle sue collaboratrici con le valutazioni che i recuperi di Agostino Dani consentono su siti della Media Valdera: gli insediamenti sono in genere di piccole dimensioni,  di strutture lignee o d’argilla cruda – a giudicare dalla sostanziale assenza di materiale lapideo – con copertura affidata a laterizi, usciti da fornaci distribuite nel territorio, come quelle scavate alle Melorie di Ponsacco o individuate a Treggiaia.

Il livello dei consumi, stando alle indicazioni delle ceramiche, è altrettanto omogeneo: all’apertura alle ceramiche fini da mensa (in particolare alle sigillate uscite dalle botteghe pisane) fa riscontro l’indice di autarchia nei consumi di beni alimentari d’importazione offerto dalla presenza quasi impercettibile di contenitori anforici, per garum o per olio. Si dovrà per contro ritenere che la produzione vinicola fosse attiva in questo, come negli altri distretti dell’Etruria settentrionale, anche se per il momento manca la risolutiva testimonianza dei calcatoria e dei torcularia.

Nuclei insediativi poco più che unifamiliari, distribuiti capillarmente nella piana centuriata, con abitati di tono complessivamente modesto, provvisti nel migliore dei casi dei pavimenti in commesso laterizio cui potevano essere destinati gli elementi fittili – losanghe o esagoni – prodotti alle Melorie o in fornaci simili: questo sembra il tipo di insediamento nato sulle due sponde dell’Era dalla deduzione coloniale augustea, per affrontare nel corso del II secolo d.C. una pesante crisi, dalla quale uscirà drammaticamente ridimensionato, come attesta l’assenza di sigillate africane posteriori all’avanzata età antonina o all’età severiana in quasi tutti i siti individuati.

In base ai dati disponibili sembra più articolato lo scenario che si prospetta nelle colline della Media Valdera, verosimilmente riflettendo la complessità della società cittadina di Volterra, e le sue proiezioni nel territorio.

Se anche fra Terricciola e Peccioli l’indagine archeologica rivela insediamenti simili a quelli della piana, la continuità di vita fra Tarda Repubblica e prima età imperiale tracciata dai materiali della ricerca di superficie a Selvino di Terricciola e – seppure con dislocamento di sede – a Scannicci, e confermata alla Pievaccia di Chianni dai contesti stratigrafici sin quasi all’età severiana, indica una costanza di interessi nel territorio da parte di gentes di tono sociale elevato che trova la più suggestiva attestazione nel mausoleo che ancora dà nome – Sburleo, esito ‘volgare’ di mausoleum – ad un tratto di pianura sull’Era, a Spedaletto, forse lungo una via, di rilevanza almeno municipale, che seguendo il corso del fiume portava da Volterra alla Bassa Valdera.

 

Il raffinato tessuto laterizio, arricchito da elementi decorativi, è adottato per costruire una camera sepolcrale con copertura affidata ad una volta a botte laterizia che entro nicchie centinate doveva accogliere almeno quattro contenitori cinerari, forse in marmo, come quello che il primipilare d’età neroniana Q. Resius Maximus aveva scelto per accogliere le sue ceneri deposte a Fatagliano, nella contigua valle del Cecina. Tecnica edilizia e conservazione del costume dell’incinerazione impongono di riferire allo stesso volgere di tempo, o comunque alla seconda metà del I secolo d.C., anche lo ‘Sburleo’ di Spedaletto, espressione di un nucleo gentilizio che con il suo monumento funerario proclamava ai viandanti la sua presenza nel territorio, quasi tramite fra la residenza urbana e le proprietà fondiarie.

La cisternache a Santa Mustiola di Peccioli è sopravvissuta alla continuità di vita nel sito fino all’età moderna, trova nel mausoleo di Spedaletto un punto di riferimento per l’impiego, in lacerti murari finiti nelle macerie che la livellano, di laterizi comparibili con quelli messi in opera allo Sburleo; anche i confronti tipologici con le tecniche edilizie attestate nell’area urbana di Volterra orientano a porla nell’inoltrato I secolo d.C., e considerarla parte di un complesso produttivo rurale di impegno decisamente maggiore rispetto a quelli che l’indagine di superficie presenta, se si era dotato di un apprestamento in grado di garantire la continuità del rifornimento di acqua. Si potrà rimanere incerti se assegnare il complesso di Santa Mustiola a una famiglia eminente del territorio, come quella che poteva dotarsi nella tomba della raffinata coppa in vetro scavata nell’Ottocento a Borgaruccio di Peccioli, o, piuttosto, riconoscervi l’investimento agrario di una famiglia cittadina, che, sulla scorta dei ‘casi paralleli’ offerti da altri distretti del territorio volterrano, poteva combinare interessi urbani e rurali. È paradigmatico il caso degli Aulinnae volterrani, attestati in città dal monumento funerario circolare sul quale era collocata l’iscrizione di Q. Aulinna, nell’Alta Valdera e in Valdelsa dal prediale Ulignano (< *Aulinnianu-).