LA VALDERA ROMANA

 
 

Giulio Ciampoltrini


La Valdera romana tra Pisa e Volterra (II)


Il liber Coloniarum e l’evidenza delle centuriazioni, riconoscibile ormai più nelle cartografie della prima metà del Novecento che in quelle attuali, segnalano che fra gli anni della battaglia di Filippi (il 41 a.C.) e i primi del principato augusteo pressoché tutte le pianure dell’Etruria settentrionale vennero bonificate, centuriate, assegnate ai veterani, e si coprirono di una rete di insediamenti: Pisa, divenuta colonia Iulia Opsequens Pisana; Lucca, la cui pertica copriva verosimilmente anche il tratto di Medio Valdarno Inferiore sulla destra dell’Arno in cui una centuriazione era ancora ben leggibile fino a qualche decennio fa, e la Valdinievole; Florentia e la contigua Pistoriae. La deduzione coloniale augustea a Volterra, riferita dal liber Coloniarum ma messa spesso in discussione, è stata definitivamente provata dalla mutila iscrizione da Montecatini Val di Cecina, che attesta una col[onia] Aug[usta] Volater[- - -].

Se la titolatura indica che la deduzione di Volterra fu disposta da Ottaviano ormai Augusto, e quindi dopo il 27 a.C., il quadro storico in cui le pianure dell’ager Volaterranus furono distribuite ai veterani è ovviamente lo stesso in cui anche le altre città dell’Etruria settentrionale conobbero l’intervento augusteo.

All’ipotesi che la centuriazione volterrana descritta dal liber Coloniarum debba essere identificata con quella riconoscibile nella Bassa Valdelsa si è affiancata di recente la proposta – peraltro non incompatibile con la prima – che anche le ampie pianure della Media e Bassa Valdera in destra del fiume abbiano conosciuto una centuriazione, e che questa quasi inevitabilmente debba essere assegnata a Volaterrae.

L’esaurimento della centuriazione pisana sulla sinistra dell’Era, in effetti, non lascia alcun dubbio sul fatto che il fiume e il suo affluente Cascina segnassero il confine della colonia Iulia Opsequens; d’altro canto le labilissime tracce di centuriazione riconoscibili soprattutto nei territori pontederesi e ponsacchini in destra del fiume trovano oggi il concreto apporto dell’evidenza archeologica, che segnala una rinnovata occupazione del territorio proprio sullo scorcio finale del I secolo a.C., e in modi non difformi da quelli che investono la bassa piana dell’Era ‘pisana’.

Il monumento funerario recuperato in contesti ormai indefinibili a Petriolo di Ponsacco, con la sua storia – evidente nella veduta laterale – di cippo ‘acheruntico’ etrusco sezionato negli anni intorno al 10 a.C. per accogliere il ritratto del defunto, è un documento emblematico della trasformazione – anche con un’impegnativa opera di bonifica – di pianure che, dopo la crisi del sistema di insediamento etrusco del VI-V secolo a.C., dovevano aver conosciuto solo sporadici abitati, per lo più distribuiti lungo il corso dei fiumi, ad integrazione degli insediamenti d’altura. Anche l’apertura della via da Pisae all’area che sarà poi di Florentia, celebrata da un miliario posto da un T. Quinctius Flamininus che potrebbe essere il console del 155 o quello del 123 a.C., aveva influito in misura modesta sul sistema degli insediamenti, giacché per gran parte del suo tracciato doveva affiancarsi al fiume.

L’apertura della variante dei Fabbri di Treggiaia, in destra dell’Era, ha offerto l’occasione di individuare ed esplorare, in località Le Pescine, una piccola necropoli d’età giulio-claudia che consente di apprezzare la tipologia dei sepolcreti a cui riferire il monumento di Petriolo.

Poche sono le deposizioni sopravvissute al continuo uso agricolo dell’area, ma nel settore in cui questo non era giunto a lambirle (area 1000) tre attestano il costume funerario che, con una serie di varianti, prevede la deposizione di una parte, probabilmente simbolica, dei resti del rogo funebre (ustrinum) – una massa di terra argillosa e carboni, con frammenti di ossa umane combuste – in una fossa terragna. Il rito – bustum sepulchrum nella letteratura archeologica contemporanea – è ormai ben attestato nell’Etruria settentrionale fra I e II secolo d.C., dai ritrovamenti ottocenteschi nella necropoli fiorentina dell’area della Fortezza da Basso, fino ai sepolcreti di Lucca (necropoli cittadina degli orti del San Ponziano; necropoli del Frizzone di Capannori), plausibilmente diffuso con i coloni augustei.

In particolare, la tomba I è una fossa subrettangolare, di circa cm 145 x 50, conservata per una profondità inferiore ai 30, in cui lo strato nerastro di carboni, argilla concotta, frammenti di ossa combuste, era collocato direttamente nella terra; i resti del rogo dovettero essere interrati quando ormai erano raffreddati, non producendo sulle pareti, di conseguenza, la pellicola concotta spesso osservata nei sepolcreti lucchesi. Frammenti di ceramica a pareti sottili e di sigillata italica, con un sesterzio di Caligola – il solo leggibile fra le due monete finite con i resti del rogo – pongono nei decenni centrali del I secolo d.C. la sepoltura, incisa nella parte superiore da opere agricole.

Nella tomba II i modesti avanzi della deposizione, per uno spessore di pochi centimetri, erano collocati su un piano regolarizzato, almeno in parte da un tegolo.

Più complessa l’architettura della tomba III. La fossa rettangolare, di cm 120 x 50, conservata per una profondità di circa cm 25, era scandita in due settori da una vera e propria copertura di tegulae e imbrices disposti a replicare l’ordito del tetto (tav. VI A-B), e a proteggere la vera e propria deposizione dei resti del rogo, collocati in una fossa irregolarmente quadrata, il cui fondo era formato ancora da un tegolo (tav. VI C-D). Un’indicazione cronologica è offerta dal bollo pup impresso, con una P ancora di tradizione tardorepubblicana, come tradisce l’occhiello ‘aperto’, su un tegolo di base alla tomba III (tav. VI D); il laterizio dovrebbe essere ascritto ad un’officina dei Pupii, la cui attività è attestata nella piana del Bientina da un frammento laterizio che conserva il nome di un officinatore schiavo di una Pupia (Pupiae Primus). Già si è avanzata la possibilità che i Pupii della figlina di laterizi siano gli stessi che attivano anche la produzione di sigillata, e che, come per questi, la loro fornace sia da cercare a Pisa.

Un’ulteriore variante del costume funerario è infine attestata dalla tomba riconosciuta da Simone Sacco nel taglio della trincea, e tempestivamente recuperata nel luglio dello stesso 2004, al termine dei lavori, al limite esterno dell’area 1000 (tomba IV): i resti del rogo, che erano stati accompagnati da due ampolle in vetro che pongono la sepoltura in età augustea, erano affidati alla sottile teca formata dalla sovrapposizione di due tegulae, con il lato – almeno il superstite – chiuso da un imbrex. La dotazione del defunto era completata da una piccola olpe d’argilla figulina, collocata immediatamente a lato della teca.

Il sepolcreto doveva avere un’estensione maggiore, dato che l’indagine è stata circoscritta all’area interessata ai lavori stradali; nell’area 200 sono infine emerse tracce di almeno altre due deposizioni, sopravvissute ai lavori agricoli per una modestissima profondità.

Pur tenendo conto di questi condizionamenti, l’ipotesi più plausibile – anche in considerazione della diluizione delle tombe – è che la necropoli delle Pescine debba essere attribuita ad un solo nucleo familiare, che nelle due-tre generazioni susseguitesi dagli anni della fondazione dell’insediamento con la colonizzazione augustea, sin verso la metà del I secolo d.C., avrebbe impiegato lo spazio sepolcrale in cui la memoria – forse affidata a segnacoli – delle varie deposizioni impediva sovrapposizioni casuali. Relitti di uno strato di frequentazione con materiali della prima età imperiale incontrati immediatamente a nord del sepolcreto potrebbero indiziare che l’insediamento era contiguo alla necropoli.