LA TERRA DEI QUATTRO FIUMI

 
 

Giulio Ciampoltrini - Marcello Cosci - Consuelo Spataro


La Terra dei Quattro Fiumi.

Paesaggi fluviali d’età etrusca e romana nel Valdarno Inferiore (parte IV)


In un paesaggio profondamente mutato, la vocazione mercantile, seppur ridimensionata, continua tuttavia ad alimentare un sottile velo di abitati, come quello che doveva occupare, a Isola, la confluenza dei due rami del fiume, e che ancora nei primi decenni del IV secolo a.C. era in grado di acquisire dai circuiti mercantili tirrenici il cratere attico a figure rosse che fu impiegato come cinerario in una piccola necropoli.

Il IV secolo rimane uno dei momenti più oscuri nella storia della ‘Terra dei Quattro Fiumi’ in età etrusca, fino alla scorcio finale, quando le rive di Arno, Auser, Arme, tornano a vedere una sequenza di modesti nuclei insediativi, attestati alle Melorie dai materiali della prima età ellenistica restituiti dai livelli d’età romana, lungo l’Arno e l’Arme dalle stratificazioni di Sant’Ippolito di Anniano e della pianura tra Castelfranco e Santa Croce, lungo l’Auser, nella bonifica di Orentano, dall’abitato che rioccupa il relitto del dosso di Ponte Gini, e alle porte di Lucca dall’insediamento di San Filippo.

Gli insediamenti perifluviali – con l’eccezione di Ponte Gini – sembrano svolgere un ruolo ‘subordinato’ rispetto alla sequenza di abitati d’altura che vigila sulle vie d’acqua, seguite di nuovo per i traffici con la rete di vici e castella – per ricorrere all’endiadi liviana – che i Liguri Apuani dipanano dalle Apuane sino all’Appennino pistoiese nei decenni di passaggio fra IV e III secolo a.C..

L’incrocio delle vie d’acqua di Arno e Auser è dominato dal castellum disposto sulla vetta del Monte Castellare di San Giovanni alla Vena.

La notizia del ritrovamento di ghiande missili, nel Settecento, riferita dal Targioni Tozzetti, hanno trovato nell’indagine di superficie un prezioso riferimento cronologico, con il recupero, nel ripiano, caratterizzato al centro da una depressione, che si apre sul fianco occidentale del rilievo, e sulla scarpata della vetta rocciosa, di materiali – ceramica a vernice nera e sovraddipinta, produzioni fini da mensa, impasti da fuoco, anfore etrusche e greco-italiche – che pongono la frequentazione del sito tra gli ultimi decenni del IV e la seconda metà del III secolo a.C., coprendo quindi l’intero arco cronologico che vede una ripresa dell’occupazione del territorio, probabilmente promossa dalla stessa città di Pisa o dalle famiglie eminenti della città, fino allo scoppio del conflitto fra i Romani e gli Etruschi di Pisa loro alleati, e i Liguri.

Ai dati forniti dall’evidenza archeologica si affiancano quelli scaturiti dall’interpretazione delle fotografie aeree, che invitano a ricostruire l’abitato ellenistico del Monte Castellare come complesso articolato, di possibile carattere palaziale, protetto da un aggere.

In corrispondenza della depressione citata, su una superficie di circa m 15 x 7, si riscontrano infatti tracce di strutture. Queste definiscono il perimetro di un edificio rettangolare, il quale include un complesso di ambienti, che con le fotografie aeree disponibili non possono essere meglio descritti (fig. 11, area entro ellisse).

Sulla base dei rinvenimenti di reperti ceramici e numismatici e grazie alla presenza di tracce murarie si può, quindi, concludere che l’occupazione del sito ebbe luogo fra la seconda metà del IV e la seconda metà del III secolo a.C. e fu realizzata con un complesso particolarmente articolato, forse dotato anche di un cortile al cui centro poteva essere stata ricavata una cisterna (la struttura circolare?).

La collocazione topografica dell’abitato su un ripiano posto al di sotto della vetta del rilievo sembra funzionale ad assicurarne la protezione dagli agenti meteorici, in particolare dai venti che soffiano impetuosi sulla vetta pressoché da tutte le direzioni.

La fotografia aerea permette anche di individuare la presenza di un aggere situato a nord del presunto edificio, che segue un andamento curvilineo, con orientamento – lievemente declinante verso sud-est – scandito dalle quote 152.7, 142.5, 141.5, fino a scomparire verso quota 137.3. Anche l’esame autoptico del terreno conferma la presenza del terrapieno, emergente fino a circa un metro sul piano di campagna, che circoscrive con assoluta precisione l’area di affioramento dei materiali ceramici d’età ellenistica.

In conclusione, integrando l’evidenza aerofotografica con i dati della serie di ricognizioni condotte sul sito dal Settecento ai giorni nostri, si profila per il Castellare di San Giovanni alla Vena, sia pure con forti tratti indiziari, il suggestivo scenario di un insediamento d’altura d’età ellenistica di carattere ‘palaziale’, comparabile con quelli che l’indagine di scavo sta progressivamente rivelando nell’Etruria ellenistica. La collocazione in un punto nodale del Valdarno Inferiore, all’incrocio fra la via fluviale da Pisa ad Artimino e Fiesole aperta dall’Arno e dalla rete dei suoi affluenti, e quella da Volterra verso gli Appennini tracciata dall’Arno e dall’Auser, rende la proposta – sia pure in attesa della verifica di scavo – coerente con il sistema di insediamenti ellenistico dell’estrema Etruria settentrionale, in cui i ruoli affidati all’insediamento d’altura (militare, residenziale, sacrale) determinano la formazione di tipi edilizi ‘polivalenti’, in aree protette dalla natura del suolo o da apprestamenti artificiali, come l’aggere del Monte Castellare.

Se questo fu insufficiente forse ad assicurarne la sopravvivenza agli assalti in cui furono scagliate le ghiande missili ritrovate nel Settecento, nel nuovo ordine assicurato all’Etruria settentrionale dal successo di Roma nelle guerre liguri, sancito dalla fondazione di Lucca nel 180 a.C., la via dell’Arno conservò un ruolo essenziale, esaltato nello stesso II secolo a.C. dalla costruzione della via publica attestata dal miliario di T. Quinctius Flamininus, console del 155 o del 123 a.C. – e per questo modernamente definita, senza alcun riscontro in fonti antiche, via Quinctia. Come dimostra la concorde evidenza dei toponimi miliario, e della toponomastica ‘itineraria’ di ascendenza classica – dai toponimi silice e strata, a quelli riconducibili ad apprestamenti stradali, come le tabernulae la cui eco è nel Tavernule, e poi Tavella, oggi alla periferia di Pontedera – seguiva l’Arno, biforcandosi verosimilmente, a monte della conflenza dell’Era, in due tracciati, uno a sud del fiume e al piede delle colline, dove il toponimo Barbata, nella pianura delle Capanne di Montopoli in Val d’Arno, dovrebbe ereditare il nome della mansio Valvata/Balbatum, cartografata dalla Tabula Peutingeriana e menzionata dalle fonti itinerarie, e l’altro sulla destra del fiume, attestato dai toponimi strada e Vigesimo del territorio di Castelfranco di Sotto. Fra questo diverticolo stradale e il fiume doveva porsi Anniano, ove nascerà, poco dopo la metà del IV secolo d.C., uno dei più antichi edifici del culto cristiano sin qui conosciuti nelle campagne della Tuscia settentrionale.

Tuttavia sono ancora i dossi dell’Auser della Piana di Lucca a permettere di cogliere la vita quotidiana su un fiume dell’Etruria settentrionale in età romana.

La riconquista romana è anche una conquista agricola, con l’imponente opera della centuriazione della Piana di Lucca, ma nella bassa pianura, a dispetto del reticolo catastale della centuriazione, sono ancora le rive del fiume, nei suoi rami, a catalizzare l’insediamento coloniale degli anni successivi al 180 a.C., con abitati che associano alla prevalente destinazione agricola, attestata dalla presenza pressoché costante di calcatoria per la vinificazione, le occasioni offerte dalle acque: la pesca e i piccoli traffici documentati da una singolare e diffusa evidenza archeologica di pesi per rete o di pesi per bilance.

Con la ricostruzione dell’insediamento perifluviale e la modulazione dei paesaggi agricoli conseguita anche con l’imponente opera di regimazione delle acque che è tratto fondamentale delle centuriazioni d’età augustea del Valdarno – dagli esiti talora precari, come nella piana fra Pontedera e Ponsacco – si forma nella prima età romana una struttura degli insediamenti destinata a resistere, seppure con la perdita di ampi lembi di territorio riconquistati dalla palude fra Tarda Antichità e Alto Medioevo, fino al trionfo dell’incastellamento nei secoli centrali del Medioevo.

Il paesaggio di vici e ville che i documenti dei secoli VIII-X propongono per i distretti pievani di Sant’Ippolito di Anniano, e di San Bartolomeo di Cappiano, nel condensarsi degli insediamenti sulle rive dell’Arno e dell’Arme-Usciana, rinnova le immagini che archeologia e fotografie aeree suggeriscono per le sponde dell’Auser d’età romana.


in ricordo di Marcello ...