I PAESAGGI DELLA VALDERA

DAL MEDIOEVO ALL’OTTOCENTO:

MATERIALI ARCHEOLOGICI

 
 

Il ritrovamento del gruzzolo trecentesco nell’area ove sorgeva la pieve di San Giusto a Padule, ad opera del gruppo coordinato da Maurizio Salvini, e la concomitante, assidua attività di ricognizione hanno arricchito di dettagli e sfumature la metamorfosi dei paesaggi di pianura della Valdera, confermando con la concretezza del dato archeologico che le pievi di plausibile fondazione tardoantica – come appunto San Giusto, sulla destra dell’Era – grazie al ruolo religioso sopravvissero a lungo all’esaurimento della rete di insediamenti generati fra Era e Roglio dalla colonizzazione augustea, che nella Tarda Antichità aveva trovato nelle pievi il catalizzatore della vita religiosa e amministrativa.

Le ricerche nell’area detta di Vivecchia, nel territorio di Capannoli, con l’inedita messe di materiali tardoantichi – esposta nel Centro di Documentazione del Territorio di Villa Baciocchi – dimostrano in effetti che nell’agro centuriato volterrano della Media Valdera, come nel contiguo pisano tra Era ed Arno, la drammatica crisi d’età antonina aveva ridimensionato, ma non dissolto il tessuto di insediamenti di fondazione augustea, attestato per il momento da ricerche di superficie

a cui l’interpretazione aerofotografica aggiunge, poco a nord di Vivecchia, gli enigmatici segni della vegetazione nei quali potrebbero essere riconosciute le tracce di un insediamento rurale d’età romana.

È ancora la fotografia aerea a concedere un’immagine esemplare delle vicissitudini dei paesaggi delle pianure di Valdera, con il ventaglio dei paleoalvei sepolti nella pianura sulla sinistra dell’Era, fra Ponsacco e Pontedera.

Infatti, anche senza particolari trattamenti della ripresa, risalta il corso dell’Era che, rispetto all’attuale, piega decisamente verso nord-ovest, aprendosi in una serie di bracci il cui andamento è poi condizionato dal dosso di destra dell’Arno. Poco ad ovest di Pontedera, in effetti, i vari rami del fiume finiscono di nuovo per volgere verso nord-est, congiungersi e poi sboccare in Arno.

La datazione relativamente recente dei paleoalvei situati tra Pontedera e Ponsacco che emergono dall’esame di quest’immagine è certificata dal fatto che è leggibile con lo stesso livello di chiarezza e con le stesse tonalità anche il meandro dell’Era, costeggiato da una strada, che condiziona il sistema di insediamenti. Un altro consistente indicatore cronologico è assicurato dalla dissoluzione del reticolo centuriale proprio in corrispondenza dei rami fluviali.

L’immagine aerea, dunque, fotografa il momento di crisi del sistema di insediamenti di età romana, travolto nella pianura ad ovest di Pontedera da un mutato equilibrio idrogeologico, che devasta il sistema di bonifica di età romana, spezza la continuità del reticolo centuriale e ritaglia con le sue divagazioni qualche ‘isola’ che rimane relativamente indenne da questa crisi ecologica.

La sopravvivenza dei limites della centuriazione, seppure fortemente alterati, va di pari passo con la conservazione della toponomastica antica relativa ad un tratto di pianura che dall’esame dei documenti dell’VIII e IX secolo risulta ancora fittamente occupato. Lo dobbiamo immaginare continuamente inciso dai bracci dell’Era e del Cascina, con una convergenza dei vari rami proprio nell’area nella quale il toponimo, ben documentato ancora dai catasti ottocenteschi, conserva la memoria di una degli insediamenti-chiave nella storia della Bassa Valdera medievale: Travalda.

La storia di Travalda, dalla vita altomedievale sino all’abbandono definitivo nel Trecento, con la fondazione delle ‘terre nuove’ pisane di Pontedera e Ponsacco, ha trovato un singolare ‘specchio’ archeologico nello scavo d’emergenza condotto a seguito dei lavori stradali per la circonvallazione di Pontedera, che nella tarda estate 2006 comportarono anche la realizzazione di un sottopassaggio per l’accesso al cimitero comunale di Pontedera.

La stratificazione esposta dall’opera dell’escavatore, dopo una campagna di scavo prolungatasi per tutto il mese di settembre, si rivelò riconducibile solo indirettamente ad un insediamento. Infatti, lo scavo mise in luce fosse che la sequenza stratigrafica indicò aperte in un terreno particolarmente instabile, a lungo riempite d’acqua e infine colmate da sedimenti palustri. La consistente presenza di ceramiche – in particolare nel riempimento della fossa 4 – ne testimonia, però, la contiguità ad un insediamento, che si dovrà ragionevolmente identificare con Travalda anche per l’arco di tempo in cui si dispongono le restituzioni ceramiche. Queste aggiungono un ulteriore indizio alla loro natura: la presenza pressoché esclusiva di forme chiuse, infatti, indizia che esse erano frequentate per attingere acqua. Erano dunque pozze, aperte fino alla profondità in cui affiorava la falda.

Le ceramiche, in vario stato di frammentazione, esemplificano pressoché tutte le tipologie attestate fra Valdarno e Valdera dall’XI – se non già dal X – secolo fino alle soglie del XIV secolo.

La forma chiusa predominante, soprattutto con le anse che spiccano nella massa dei frammenti, è la grande brocca (o orciolo) con corpo ovoide, larga ansa a nastro impostata sull’orlo, fondo piano; è modellata in una pasta figulina, depurata, fine, talcosa anche per le concrezioni limose, di colore camoscio o (più raramente) arancio. I due tipi di orlo potrebbero indicare un’evoluzione cronologica, piuttosto che distinti centri manifatturieri: il tipo con orlo ingrossato solcato da una scanalatura replica, con un’evoluzione appena percepibile, la soluzione applicata a Lucca fra VIII e X secolo; la versione con labbro ingrossato è ancora in uso, nel territorio, nel corso del XII e XIII secolo, ma sembra un’evoluzione del tipo con labbro appena ingrossato già presente nella stessa Valdera a Stibbiolo di Terricciola, in un contesto probabilmente riferibile ancora all’VIII-IX secolo.

Lunga tradizione ha anche il modesto apparato decorativo ottenuto con colature in rosso, che trova spettacolari esemplificazioni, grazie allo stato di conservazione, nelle restituzioni di Cerretello, distribuite fra X e XIII secolo, ma è già comunemente impiegato anche a Stibbiolo.

Anche le rare forme aperte sembrano disporsi su un ampio arco di tempo, così come le forme da fuoco, la cui ridottissima presenza è indice della ‘specializzazione’ funzionale del sito.

Nella pasta in cui sono prodotte le brocche compaiono anche bacini, sia nella versione con labbro obliquo, parete convessa, che conserva, senza il peculiare apparato decorativo inciso, il tipo altomedievale presente nel territorio anche a Stibbiolo, che in quella troncoconica con labbro semplicemente svasato, fondo piano, che nel XIII secolo è in uso a Villa Sancti Petri, abbandonata nel 1252-3 al momento della fondazione di Castelfranco di Sotto. L’impiego del bacino lascia tracce nelle solcature prodotte sulla parete, fin quasi al fondo, da uno strumento con punta, forse il coltello di uso generalizzato nella mensa medievale.

Le rarissime olle sono eterogenee sia per impasto che per morfologia. Il tipo di tradizione altomedievale, ovoide, con pareti esterne solcate da fitte linee parallele, modellato in un impasto bruno-arancio con inclusi granuliformi, ‘sabbiosi’, prevale su quelli propriamente bassomedievali, con labbro obliquo ingrossato, attestato anche a Cerretello, e su quello con labbro diritto, distinto dal breve collo cilindrico da un sottile ispessimento, che perdura fino al Tardo Medioevo. Sono rispettivamente prodotte in un impasto bruno-arancio con medi inclusi, e in una pasta rosso-arancio, con inclusi granuliformi.

Anche il testo, di uso comune nel ciclo delle preparazioni alimentari medievali del territorio, almeno a partire dal IX-X secolo, compare con pochi frammenti, in particolare della versione con labbro solcato da una scanalatura, non facilmente riconducibile ad orizzonti cronologici circoscritti.

L’esaurimento della frequentazione dell’area, almeno con un insediamento ‘organico’, è tracciata da pochissimi, minuti frammenti di maiolica arcaica, che la pongono al volgere fra Due- e Trecento, in evidente concomitanza con l’affermazione di Pontedera. I villaggi abbandonati del Tardo Medioevo che la ricerca di superficie segnala nella pianura pontederese – come nel caso di Gello di Pontedera che per l’appassionata indagine di Daniela Pagni è andato ad aggiungersi a quelli già rilevati dalla ricerca coordinata da Marinella Pasquinucci – restano il documento archeologico dell’esaurimento, nel Trecento, del sistema d’insediamenti ‘aperti’ di tradizione romana.

















Se lo scavo di ‘Travalda’ ci permette di entrare nei paesaggi ‘umidi’ della Bassa Valdera dell’Alto e del Basso Medioevo, fino all’esaurimento dell’insediamento sparso, ancora l’attività archeologica di tutela preventiva connessa alla costruzione del Parco Eolico in località Gello di Pontedera ha offerto, nel 2008, la possibilità di cogliere l’ultima metamorfosi dei paesaggi di pianura, con le bonifiche per colmata dell’Ottocento, e le connesse opere infrastrutturali.

Nell’arco di tempo compreso tra i mesi di aprile e di maggio del 2008 è stato, infatti, possibile procedere alla minuziosa attività di documentazione delle opere di movimento terra, necessarie alla costruzione dei plinti di fondazione delle pale eoliche 1-4 e di parte del relativo cavidotto di collegamento.

Lo scavo dei plinti 1 e 3 ha interessato soltanto sedimentazioni di interesse geo-pedologico,  sterili dal punto di vista archeologico, costituite da limi argillosi alluvionali, di colore prevalentemente bruno-giallastro, probabilmente conglutinati al tetto con analoghe argille in giacitura secondaria, provenienti dallo scavo dello Scolmatore.

Un sedimento limoso di colore bruno scuro è stato intercettato, per tutta la sua lunghezza, anche dal cavidotto, tracciato sul lato orientale dell’antica Via Maremmana.

All’incrocio con la via vicinale, che vi si innesta ortogonalmente da est, è emersa una struttura cementizia di pianta rettangolare (USM 2), lacunosa nella porzione meridionale, avente i lati lunghi paralleli all’asse stradale sopra citato. Questa ha il paramento costituito da blocchi litici di forma irregolare, talvolta subparallelepipedi, misti a pezzame lapideo e a qualche frammento laterizio lungo il lato occidentale, che probabilmente si addossava al fossato aderente alla via. Il prospetto orientale è caratterizzato, invece, dalla presenza di schegge litiche e di laterizi; la testa settentrionale, la sola superstite, vede in opera per lo più mattoni integri o frammentari .

Nel corpo cementizio, che impiega come legante una malta grigiastra ricca di inclusi, sono gettati anche numerosi frammenti di catini maculati di forma troncoconica con labbro svasato e fondo piano, attribuibili alle produzioni valdarnesi del XVIII-XIX secolo, recentemente scoperte a San Giovanni alla Vena. Allo stesso periodo possono essere ascritti anche altri frammenti ceramici, inglobati nella massa cementizia, fra i quali spiccano frammenti di tegami invetriati con motivi decorativi in giallo.

La struttura può dunque essere datata, sia sulla base della tecnica edilizia impiegata, sia sulla base dei reperti ceramici appena descritti, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento. Se ne può proporre un’interpretazione come pila laterale del ponte, che permetteva alla via vicinale di immettersi sulla Via Maremmana. La corrispondente spalletta è stata distrutta in seguito ai lavori di posa di condutture avuti luogo recentemente.

L’asse stradale attualmente non è più visibile a causa delle imponenti opere di trasformazione del paesaggio iniziate con l’apertura dello Scolmatore dell’Arno, ma nel XIX secolo svolgeva un ruolo importante nell’ambito della campagna di Pontedera e fu il punto di riferimento dei lavori di bonifica ‘per colmata’, già documentati nel Catasto Leopoldino. Il ponte potrebbe, dunque, essere riconducibile alle opere di trasformazione agraria del XIX secolo.

Il lungo racconto dell’archeologia può essere concluso con i segni dell’opera di modellazione del territorio che fra Settecento e Ottocento ha dato a pianure e colline della Valdera l’aspetto che è ancora ampiamente percepibile, seppur patinato o intaccato dalle trasformazioni degli ultimi decenni del Novecento.

Un’immagine paradigmatica di questo estremo capitolo della storia

‘archeologica’ dei paesaggi della Valdera era proposta,

nella tarda estate del 2009, a chi

percorreva la Provinciale delle Colline per Legoli, all’altezza

della cadente tabaccaia di Montefoscoli, dalla sezione esposta nel fossato della strada, con il manto di ghiaia,

la preparazione di ciottoli e i manufatti

in laterizio della ottocentesca

‘via da Pontedera a Legoli’,

tagliati e sepolti nella rettifica

del tracciato stradale, trasformati

da asse portante della vita

del territorio in ‘stratificazioni

e strutture archeologiche’.



(da:

Giulio Ciampoltrini – Marcello Cosci – Consuelo Spataro


I paesaggi di Peccioli e della Valdera

dal Medioevo all’Ottocento

tra scavo e ricerca aerofotografica)