MUNERE MORTIS

COMPLESSI TOMBALI D’EtÀ ROMANA

NEL TERRITORIO DI LUCCA
 
 

Fonti iconografiche e dati archeologici collimano nel riproporre i riti funerari dell’Etruria settentrionale della prima età imperiale.

Le figurazioni del funerale di Meleagro, su un sarcofago dell’avanzato II secolo d.C., attestano il rituale che in quegli anni era ormai superato dalla diffusione dell’inumazione, ed è invece coerente con le indicazioni archeologiche  dei sepolcreti del I secolo d.C.: il cadavere esposto sul rogo, nell’area sepolcrale (ustrinum); le cerimonie di lustrazione, con i lavacri, arricchiti dall’uso di unguenti e sostanze profumate; l’incinerazione, con la pratica del bustum, che fa seppellire i resti del rogo nell’area stessa del rituale estremo. Infine, il compianto, intorno alla tomba sulla quale è eretto un segnacolo funerario arricchito dalla pietas dei congiunti di una ghirlanda.

Da Catullo a Properzio, fino alla narrazione virgiliana delle onoranze di Miseno, sono questi i riti che, come estremo munere mortis, segnano la cesura fra mondo dei vivi e mondo dei morti, e il superamento, grazie alla ‘memoria’ affidata alla tomba.

La stele posta a Sesto Fiorentino, nel territorio di Florentia, intorno al 30-40 d.C.,

a Caius Salfeius Clemens, nell’edera dello spazio frontonale e nella ghirlanda appesa alle paraste che riproducono sulla superficie della stele il ‘volume’ del monumento funerario, è uno dei più spettacolari esempi dei monumenti funerari in uso nelle città dell’Etruria settentrionale, fortemente impregnate dei costumi funerari diffusi dai coloni d’età augustea.