LE GROTTE DELLE NINFE:

INSEDIAMENTI E CULTI

NELLA GARFAGNANA TARDOANTICA

 
 

«Nelle balze d’un gran sasso trovasi una meravigliosa caverna comunemente chiamata la grotta delle fate, con tant’ordine e simetria di stanze, che pare più tosto fattura d’ingegnoso Architetto, che scherzo della natura. Crede il volgo ignorante che in questa spelonca habitassero anticamente le Fate, che predicevano le cose avvenire, e facevano tante altre cose miracolose: e ciò poté esser vero, per diabolica illusione, essendo sempre stato solito il demonio ingannare gli huomini con l’apparenze del bene».

La pagina del Micotti, memorialista garfagnino del Seicento, con le sue suggestioni, guida alla valutazione di uno dei più rilevanti aspetti del sistema di insediamento tardoantico della Garfagnana: la frequentazione delle grotte con caratteri manifestamente cultuali.

Fu merito di Luigi Tondo mettere a fuoco la componente sacrale della frequentazione della Grotta dei Cinghiali, posta nella Pania di Corfino, nella tempestiva edizione degli scavi condottivi nel 1980 d’intesa fra Soprintendenza e Gruppo Archeologico Garfagnana. Se questi aspetti emergevano soprattutto dalla consistente restituzione di monete del III, IV, e inizi del V secolo, la sua interpretazione era stata certamente favorita dal recupero, nei fondi medicei dell’Archivio di Stato di Firenze, della notizia dello scavo di una grotta condotto nel 1546 a Marliana, nell’Appennino pistoiese, che aveva fornito una  massa di oltre 400 minute monete di bronzo, verosimilmente tardoantiche.

L’edizione solo parziale, perché limitata ai materiali etruschi, degli scavi condotti qualche anno prima dal Centro Studi Archeologici di Lucca nella Buca di Castelvenere, privava Luigi Tondo di un secondo sostegno alla sua proposta: la frequentazione cultuale di grotte aveva infatti già trovato nella Garfagnana d’età romana un’inequivocabile attestazione nella Buca stessa.

Dimenticata dopo il V secolo a.C., apparentemente non frequentata dai Liguri e dai primi coloni romani del II e I secolo a.C., la grotta torna a conoscere una vita particolarmente intensa con la riorganizzazione del sistema di insediamenti della montagna in età augustea, per rispecchiarne poi la dinamica per tutta l’età imperiale.

La qualità della suppellettile ceramica recuperata negli scavi degli anni Settanta, e il numero delle monete ritrovate in seguito, non lasciano dubbi, in effetti, sulla natura della frequentazione della grotta.

La raffinata terra sigillata aretina e italica con decorazione a rilievo dei tardi anni augustei e tiberiani, rarissima anche nei contesti urbani di Lucca, può essere plausibilmente attribuita a pratiche di libazione o all’offerta votiva dell’oggetto stesso. Altrettanto si potrà ipotizzare per i numerosi poculi a pareti sottili d’età giulio-claudia.

Il rarissimo kantharos o skyphos invetriato, eccezionale nel territorio, i boccaletti monoansati, le lucerne a canale, l’oinochoe a pasta grigia, i vetri  dimostrano una continuità nelle pratiche del culto in età flavia e per gran parte del II secolo, in piena sintonia con l’evidenza numismatica, che non rileva sostanziali rallentamenti nella frequentazione della Buca per tutta l’età imperiale e ancora nella Tarda Antichità.

Le consonanze con i costumi rituali e le restituzioni della stipe alpina del culto di Albiorix, nelle Alpi Cozie, o di Caprauna, in Liguria, sono evidenti, ma è probabilmente nei culti fontili d’età romana – siano o meno personificati in divinità come le Ninfe – che occorrerà cercare i motivi della ‘riscoperta’ delle ‘acque sante’ che sgorgavano nell’antro.