LE GROTTE DELLE NINFE:

INSEDIAMENTI E CULTI

NELLA GARFAGNANA TARDOANTICA

 
 

Lasciando questo campo alle indagini sul folklore garfagnino e dell’Appennino, si dovrà rilevare che la ripresa di interesse per i territori montani di Lucca percepibile nel corso del III secolo soprattutto nelle grotte, fra l’età costantiniana e quella teodosiana trova una limpida attestazione nell’insediamento che a Volcascio domina la gola del fiume poco a valle dell’odierno centro di Castelnuovo.

Si è sottolineato il rilievo che nell’Itinerarium Antonini svolge la via – o il sistema di strade – che collegava Lucca a Parma, strategica per controllare uno degli accessi dalla Pianura Padana a Roma. Se le mura di Lucca vengono restaurate sullo scorcio finale del III secolo, e la città diviene sede di una fabrica imperiale di spade collegata al dispositivo di presidio all’Italia settentrionale, si dovrà porre proprio fra gli anni della Tetrarchia e quelli costantiniani il consolidamento di un sistema stradale in grado di assicurare il flusso delle materie prime indispensabili alla metallurgia, e di redistribuire poi le armi alle truppe dislocate nella Pianura Padana. L’abitato di Volcascio potrebbe aver svolto un ruolo significativo, in questo contesto.

I saggi condotti fra il 1988 e il 1991 hanno interessato soprattutto le formazioni detritiche in cui erano finiti gli scarichi di un villaggio che si dovrà immaginare formato da capanne distribuite sul versante del monte.

Assieme alla massa di frammenti ceramici, finì in queste stratificazioni anche una straordinaria testimonianza del mondo spirituale della Garfagnana tardoantica: una statuetta, acefala (altezza conservata cm 6,5), intagliata in un blocchetto del prezioso marmor Numidicum (il giallo antico delle cave di Simitthu, nella Numidia, oggi Tunisia). La figura, seduta e avvolta in un corposo panneggio, e destinata ad essere collocata su un sedile in altro materiale, è qualificata dagli attributi che esibisce: un mannello di spighe nella sinistra, la cornucopia nella destra. Se non bastasse, infine, le rocce stilizzate su cui poggia i piedi, calzati, ne completano l’identikit: è la figurazione di Abundantia, in una specifica connotazione frugifera che ne rende ovvia la collocazione nel luogo di culto domestico, il larario che non doveva mancare neppure in queste comunità di montagna.

La continuità nella produzione di questi manufatti in pietra pregiata rende arduo stabilire quando sia stata modellata la scultura. Il contesto che l’ha conservata, invece, è ben databile grazie alle sigillate africane, di tipo D, con forme che si distribuiscono fra la fine del IV e i primi del V secolo d.C., associate ad una massa di produzioni d’area regionale, come le ceramiche figuline con decorazione dipinta, classe tipica dell’Etruria settentrionale di questo momento storico, e gli impasti.

Al di là dell’evidente modestia delle strutture insediative, l’apertura commerciale indiziata da queste classi, a cui si aggiunge una tangibile presenza del tipico contenitore vinario dell’Etruria settentrionale tardoantica, la cosiddetta ‘anfora di Empoli’, trova riscontro anche in oggetti singolari, come il pendente in pasta di vetro stampigliato con la figura di un gallo, di produzione siriaca o comunque orientale, forse con valenza ‘magica’.

Se questa si può facilmente confondere con una mera funzione ornamentale, la figura di Abundantia non lascia alcun dubbio sul fatto che nei decenni fra IV e V secolo – l’età teodosiana che segna la compiuta affermazione del cristianesimo come religione ufficiale – in un abitato dell’Alta Valle del Serchio i culti ‘pagani’, e in particolare quelli con spiccata connotazione frugifera, erano ampiamente praticati, accomunando i contadini, i pastori, i carbonai che vi vivevano agli ultimi esponenti del paganesimo delle classi senatorie: Rutilio Namaziano celebra lo spirito tradizionale, conservatore anche nella religione, dell’Etruria, e un Pretestato che potrebbe essere il celeberrimo Vettio Agorio tenace assertore di tutte le forme di religiosità misterica e iniziatica, possiede beni lungo l’Arno. Negli stessi anni in cui a Sant’Ippolito di Anniano, nel tratto di territorio di Lucca che giunge all’Arno, si costruiva una delle prime chiese del territorio (fra 360 e 370), non molti anni dopo che la città stessa si era dotata di una cattedrale (forse già entro il 350), in un villaggio della montagna si recuperava o si acquisiva un idolum – come avrebbero detto poi i propagandisti cristiani – nodale nella vita religiosa, soprattutto nell’intreccio di questa con le forze della natura in cui la comunità viveva e dalla cui benevolenza dipendeva la sua fortuna.