EDILIZIA RURALE ETRUSCA

FRA VI E V SECOLO A.C.

 
 

L’evoluzione dell’insediamento delle Melorie sembra offrire ulteriori indizi a sostegno dell’ipotesi di una diversa destinazione funzionale dei modelli di edifici disponibili ai confini dell’Etruria tirrenica nel Tardo Arcaismo.

Ancora una volta è un incendio – evento non raro in strutture con ampia componente lignea – a determinare la distruzione del complesso della Fase II delle Melorie: le tracce sono state lette nel livello di argilla concotta che lo livella. Dopo un breve periodo di abbandono, segnato anche dalle esondazioni fluviali che suggellarono con sedimenti limosi l’area, il ruolo cruciale di questo tratto del dosso fluviale ne impone la rioccupazione.

L’edificio della Fase III è di lettura meno univoca di quello della Fase II, anche per la maggiore articolazione, e le dimensioni decisamente più ampie.

Con la tecnica dello zoccolo portante di tegole fratte, in cui sono previsti alloggiamenti per i pali, ne è costruita la parete settentrionale; la parete occidentale è affidata ad una semplice base di ciottoli fluviali, che formano il paramento di un emplecton di terra e ciottoli; la scansione degli ambienti, infine, è completata da singoli blocchi o zoccoli quadrangolari per l’appoggio di pali portanti. Per la destinazione delle varie aree, lo scavo ha offerto indicazioni significative: a ridosso della parete settentrionale è emersa una sequenza di grandi doli, talora frantumati in situ, e il vasto focolare 209 indica la destinazione del ‘cuore’ dell’edificio.

Su questa base, è dunque proposto – ma semplicemente exempli gratia – di scandire il complesso in tre grandi vani: a settentrione (A) l’ambiente destinato all’immagazzinamento delle derrate alimentari, al centro un ambiente, plausibilmente provvisto di apertura, con il focolare. L’uno e l’altro potevano prospettare un cortile, mentre la destinazione dell’area C è del tutto ipotetica, così come del tutto congetturale è la possibilità che la parete meridionale dell’edificio fosse interamente lignea, e che sia andata perduta.

Anche se sono stati segnalati possibili parallelismi con l’evoluzione del complesso di Tartuchino, che nella seconda fase è articolato in una sequenza di vani allineati che si aprono su un cortile chiuso apparentemente solo su un lato da strutture murarie, la lacunosità del contesto invita piuttosto a valutare la possibilità che nel rinnovamento dell’edificio che formava il cuore dell’insediamento delle Melorie si siano accorpate in un complesso unitario le funzioni che nella Fase II erano distribuite fra l’unità residenziale principale, e gli annessi di servizio.

Il ruolo dell’edificio, in effetti, non muta nella prima metà del V secolo a.C. che ne vede la vita, come dimostra il consueto repertorio di ceramiche ‘nella tradizione del bucchero’ e figuline, integrate da pochi frammenti di ceramica attica (a figure rosse; una stemless cup with inset lip, molto fortunata nel territorio). La vocazione agricola – o alla ‘gestione’ di una rete di insediamenti produttivi minori – dimostrata dalla sequenza dei pithoi, possibile testimonianza della viticoltura, è integrata da attività commerciali che, ancora una volta, trovano indizio in un peso in pietra modellato per giungere ad essere, con i suoi 127 grammi, frazione (triens) della libbra ‘italico-orientale’ di g 381 in uso a Marzabotto; infine, ancora il culto, attestato da un microvasetto, e, forse, da una enigmatica testina fittile, la cui destinazione votiva resta comunque ipotetica.

Con i suoi enigmi, che forse potranno essere risolti solo – come è stato il fortunato caso degli edifici di Tempagnano, Saggio C e di Bientina, Podere 56 – da qualche caso parallelo, il complesso delle Melorie, Fase III scompare nella grande crisi ecologica che nella seconda metà del V secolo a.C. spazza, sembra senza eccezioni, il sistema di insediamenti perifluviali costruito nel volgere di quasi due secoli lungo i grandi assi portanti del territorio di Pisa: l’Arno, l’Arme, l’affluente dell’Arno che conduceva verso la Valdinievole e apriva una importante via transappenninica per la facilità di arrivo nella Valle del Reno (oggi canalizzato nell’Usciana), l’Auser/Serchio, l’Era.