EDILIZIA RURALE ETRUSCA

FRA VI E V SECOLO A.C.

 
 

Lo scavo delle Melorie di Ponsacco, condotto per esigenze di tutela nel 2006, ha comunque testimoniato che nel Valdarno pisano il tipo circolare conservava ancora nei primi decenni del VI secolo la vitalità sin qui indiziata essenzialmente dalla ‘capanna’ dell’area Scheibler, alla periferia di Pisa, scavata da Stefano Bruni. È stata proprio la ricostruzione paleoambientale possibile con le immagini satellitari a mettere in luce la particolare collocazione dell’insediamento, nel punto in cui il ramo di sinistra dell’Arno descriveva un grande meandro; occorre aggiungere che lo scavo ha offerto indizi significativi a conferma della collocazione dossiva dell’abitato.

La prima fase di frequentazione dell’area è ancorata dai materiali restituiti dalle stratificazioni che ne segnano la nascita e la vita tra 560 e 520 a.C. circa, con la ceramica attica (fra cui una kylix a occhioni e frammenti di lip-cups) che si dispone intorno al limite inferiore, e una oinochoe in bucchero con decorazione impressa, attribuibile alle manifatture pisane, al limite superiore.

L’unità insediativa che è al cuore dell’abitato è delineata, in questa fase, da una sequenza ellissoidale di alloggiamenti per palo, nel lato meridionale, e di ciottoloni, in quello settentrionale; la ricostruzione è sostenuta non solo dalla coerenza delle due serie di elementi struttivi, ma anche dallo spesso strato di argilla concotta che si accumulò al suo interno, ripetendo il profilo delle possibili pareti, e che dovrebbe essersi formato con l’incendio che distrusse l’edificio (312).

Un focolare subcircolare, ricavato nel suolo di base (257), doveva completare la dotazione esterna del complesso, assieme al fornetto (259) ricavato poco ad ovest.

Assieme alla possibilità che l’unità insediativa delle Melorie-Fase I debba essere ricostruita come una vasta ‘capanna’ subcircolare, occorre tuttavia valutare l’ipotesi che la struttura altro non fosse che una grande tettoia, diversamente articolata nelle due metà; la serie di pesi da telaio finita nei livelli di vita e di abbandono segnala l’attività tessile che vi si svolgeva, e quindi un’interpretazione dell’edificio come struttura non residenziale, ma meramente produttiva è almeno plausibile. In questo caso l’area ‘residenziale’ di questa fase dell’insediamento si dovrebbe ritenere perduta, o non identificata.

È decisamente più agevole l’interpretazione del complesso che segna la rioccupazione dell’area, dopo l’incendio o l’abbandono dell’impianto ellissoidale (Fase II); dallo scavo, infatti, è emerso nitidamente un edificio formato da un ambiente a pianta rettangolare, scandito in vani, i cui lati brevi si prolungavano verso occidente con ante che, assieme a strutture lignee erette su basi formate da blocchi di pietra, disegnavano un portico.

Nonostante le gravi lacune, in effetti, l’ambiente rettangolare è ben ricomponibile anche per la coerenza delle tecnica costruttiva, che ricorre a tegole fratte, le cui alae formano i paramenti, legate da argilla. È plausibile che solo lo zoccolo fosse ottenuto con questo apparato, mentre per l’elevato si doveva ricorrere a materiale deperibile (argilla cruda), assicurato anche dall’ordito di palificazioni per cui erano previsti appositi alloggiamenti nella struttura di tegole fratte: ben leggibile è quella all’innesto dell’anta della parete meridionale con la struttura che doveva chiudere – in tutto o in parte – l’ambiente rettangolare.

Il portico antistante l’edificio era affidato, come si è detto, a palificazioni che impiegavano come basamento blocchi d’arenaria grossolanamente sbozzati, con la superficie piana rivolta verso l’alto, disposti a distanza regolare su due registri, uno dei quali in sostanziale allineamento con le ante dell’ambiente rettangolare.

L’insediamento era completato da strutture di servizio esterne, ancora affidate a palificazioni fondate in buche o su basamenti ottenuti da ciottoloni.

Lo strato che segna la frequentazione dell’edificio (290) offre un completo campionario dei tipi ceramici circolanti nella chora di Pisa nei decenni di passaggio fra VI e V secolo a.C. che segnano l’apogeo del sistema di insediamenti in questo distretto: produzioni ‘nella tradizione del bucchero’ e figuline, associate alla massa di impasti con inclusi microclastici, con una sottile presenza di ceramica attica e di anfore diffuse dai circuiti mercantili tirrenici. Sembrerebbe dunque che fra Fase I e Fase II non debba essere supposto alcun abbandono dell’area, e che, semmai, la fine del primo edificio abbia invitato a riproporne tempestivamente il ruolo con nuove, più solide e articolate strutture.

Riferito dunque al Tardo Arcaismo, l’edificio della Fase II delle Melorie di Ponsacco diviene un prezioso punto di riferimento per ricondurre a un tipo edilizio coerente i coevi relitti di strutture attestati a Tempagnano, Saggio C – nella Piana di Lucca, poco a est della città – e a Bientina, Podere 56, nella bassa piana dell’Auser, già presentati in più sedi come semplici edifici rettangolari allungati, articolati da strutture lignee in partizioni interne. Nei due complessi, in effetti, è variamente leggibile solo la parete di fondo di un ambiente rettangolare, allungato, definito da uno zoccolo in ciottoli di fiume che è integrato, come struttura portante, da palificazioni in legno addossate (a Tempagnano) o alloggiate (Bientina Podere 56) nella struttura in ciottoli.

Sulla scorta della redazione delle Melorie, la possibilità che anche i due edifici della Piana di Lucca debbano essere completati con un portico è almeno da valutare, ma, anche senza questa dotazione, i tre edifici tardoarcaici della chora pisana, con un diverso grado di aderenza al modello, segnano l’arrivo nell’Etruria settentrionale del tipo palaziale limpidamente attestato nell’Edificio C dell’area F di Acquarossa, o nella tomba di Pian di Mola a Tuscania, in un processo di adeguamento alle esigenze delle attività rurali o produttive parallelo a quello che è possibile cogliere – nello stesso volgere di tempo – nel complesso della Fase I di Tartuchino, nella Valle dell’Albegna.