CULTI ETRUSCHI

IN GARFAGNANA

 
 

Sono proprio i bronzetti ‘Tipo Castelvenere’ a illuminare il contesto in cui porre la fondazione dell’abitato della Murella, e l’impegno profuso a completare le difese naturali dell’angolo chiuso fra Esarulo e Serchio con un terrapieno.

Come dimostra anche l’insediamento che nella prima età augustea si disporrà in quest’area, e che è stato presentato due anni fa in questa sede, la Murella è un vero e proprio crocevia dell’Alta Valle, in cui raggiungono il fondovalle gli itinerari di valico che da una parte muovono verso la Versilia, dall’altra – con rilievo ovviamente maggiore – attraverso il Passo delle Radici raccordano il versante toscano dell’Appennino alla rete itineraria della Pianura Padana.

Su questi ripiani gli Etruschi della Piana, per impulso endogeno o per una precisa scelta politico-strategica della città dominante – Pisa, ormai consolidata nel suo assetto urbano – dovettero individuare una solida e sicura base da cui proporre con rinnovata forza la loro partecipazione ai traffici transappenninici, soprattutto con i distretti dell’Etruria padana occidentale, da Modena a Parma, se non addirittura sino al Piacentino.

Più di venti anni fa fu individuato in un particolare tipo di monumento funerario – il cippo piriforme su base con teste d’ariete agli spigoli – prodotto nel marmo dimostratosi poi apuano, il ‘filo rosso’ che collegava Pisa e Volterra al sistema di insediamenti etrusco della Valle del Reno, in particolare Marzabotto e Sasso Marconi. Le valutazioni sulla cronologia di questa classe di monumenti circoscrivono ai decenni fra il 520 e il 450 circa il momento culminante di questi contatti, che dovevano probabilmente dipanarsi lungo l’ancora misteriosa Valle del Lima, o per i passi della Valdinievole e della montagna pistoiese che cominciano a rivelare resti di una rete di insediamenti etruschi sulle alture che chiudono gli itinerari di crinale, come a Montecatini Alto e Pieve a Nievole.

Non è improbabile, invece, che gli Etruschi insediatisi alla Murella, o in altri abitati analoghi disposti lungo il fiume, abbiano ‘scoperto’ le ‘acque sante’ della Buca di Castelvenere, facendone il santuario locale della Valle, e propagandone la fama anche di qua e di là degli Appennini.

Se il bronzetto di devoto ‘Tipo B’ ha trovato restituzioni pressoché identiche nel santuario – pubblico o privato – di Piazza dei Miracoli a Pisa, il devoto ‘Tipo Castelvenere’ è divenuto uno straordinario ‘tracciante’ delle vie appenniniche che portavano da Pisa all’Etruria Padana d’occidente, al cui terminale l’Enza permetteva di raggiungere comodamente il Po con un sistema integrato di vie di ghiaia e di vie d’acqua comparabile con quello che gli scavi del Frizzone di Capannori hanno fatto emergere nel 2004 per il corso dell’Auser-Serchio. Il Po faceva concludere a Spina il viaggio iniziato a Pisa sull’Arno e sul Serchio, collegando le due città, se non nei tre giorni ricordati dallo Pseudo-Scilace (I, 17), almeno con relativa facilità.

Dalle stesse matrici in cui furono fusi i bronzetti di Castelvenere escono gli offerenti – integri o frammentari – del luogo di culto che doveva completare le dotazioni dell’insediamento del pieno V secolo delle Melorie di Ponsacco, collocato – stando all’immagine aerea – su un perduto ramo dell’Arno.

Dall’Arno all’Auser, la ‘via del bronzetto Tipo Castelvenere’ si conclude sull’Enza, nell’abitato di Campo Servirola.

Nella famiglia di bronzetti schematici ritrovati negli scavi ottocenteschi già Adriano Maggiani riconobbe un’inequivocabile prodotto dell’officina di bronzisti a cui i devoti si rivolgevano per affidare la loro immagine alle valenze curative e sacrali delle ‘acque sante’ di Castelvenere.