CULTI ETRUSCHI

IN GARFAGNANA

 
 

Elemento caratteristico del culto è la deposizione di bronzetti schematici; la perdita dei contesti stratigrafici, probabilmente manomessi nella rinnovata frequentazione della grotta già in età romana, impedisce di valutare le forme della consacrazione dei bronzetti, immagine simbolica dell’offerente.

Due sono essenzialmente i tipi di votivo: il primo (‘Tipo A’), che potrà propriamente essere detto ‘Tipo Castelvenere’, rende il gesto dell’offerente, con le braccia e le mani aperte, in una figura filiforme che stilizza l’anatomia dilatando le spalle e le braccia, riunendo le gambe all’altezza dei piedi in un caratteristico terminale a fittone, funzionale a fissare il bronzetto sulla base (di legno o di pietra) con cui era alloggiato nel luogo di culto. Il modellatore introduce un solo elemento di spazialità nella figura, comprimendo la testa in senso ortogonale rispetto al piano del corpo, ma si impegna nella ricerca anatomica movimentando le superfici con linee incise, che, comunque, sono funzionali essenzialmente alla caratterizzazione della figura (maschile o femminile); per questo integra anche  l’incisione con l’applicazione di pasticche bronzee, per ottenere una più esplicita connotazione degli attributi sessuali primari e secondari. Nell’intreccio tra aspetti propriamente maschili e femminili si arriva a contaminazioni, nel tipo definito ‘ermafrodito’ dagli editori.

A dispetto dell’aria arcaica, ‘geometrica’, il bronzetto Tipo Castelvenere è dunque una intenzionale schematizzazione del tipo di offerente diffuso nel corso della prima metà del V secolo a.C., in una linea evolutiva che può essere seguita, in particolare, in una serie di manufatti dell’Etruria settentrionale.

Diviene difficile oggi valutare il numero complessivo delle restituzioni, anche perché agli esemplari integri si aggiungono i numerosi frammenti: sia il Museo Nazionale di Villa Guinigi in Lucca, che una sala del Museo della Rocca Ariostesca di Castelnuovo, e, infine, il Museo di Barga, possono offrirne adeguate esemplifiazioni. Non si andrà lontano dal vero ipotizzando in un centinaio almeno le restituzioni documentabili, a fronte di un numero ovviamente imprecisabile, ma certo di altissima consistenza, delle offerte lasciate dai devoti frequentatori della Buca.

Decisamente meno comune è un secondo tipo (‘Tipo B’), presente con pochi esemplari. La figura è, in questo caso, ancor più schematica, con braccia aderenti al corpo, gambe unite e partizioni anatomiche affidate a scansioni plastiche appena accennate.

La datazione proposta dagli editori, e sostanzialmente confermata da altri ritrovamenti, al corso dei decenni centrali del V secolo, trovava un inequivocabile punto di riferimento in un votivo non metallico. La grotta, infatti, restituì – assieme a frammenti di almeno altri due esemplari – anche una lacunosa kylix attica a figure rosse, collocata infine da Adriano Maggiani nell’ambiente del Pittore di Codro, di questi anni, con figurazioni forse riferibili ad episodi del mito di Teseo. L’impiego di ceramica attica come offerta votiva nel mondo etrusco, in esito a pratiche di libazione o per il valore intrinseco dell’oggetto, è stata recentemente analizzata, anche nel caso di Castelvenere, dal Reusser, e non richiede ulteriori sottolineature.

Se già fra anni Settanta e Ottanta il carattere cultuale della Buca di Castelvenere, e la sua collocazione in una valle frequentata per i collegamenti fra Valdarno e Piana di Lucca e l’Etruria Padana si potevano ritenere acquisiti, il sostanziale isolamento di questa straordinaria presenza risaltava al punto di far ritenere che il luogo di culto non fosse connesso al sistema di insediamento etrusco ‘locale’, della Media e Alta Valle, ma dovesse la sua fortuna anche alla capacità di richiamare devoti dai territori della Piana, se non addirittura della Versilia.

I ritrovamenti dell’Antro della Paura di Gioviano e i relitti di insediamento a Pian della Rocca, in effetti, se erano sufficienti a delineare le tappe di un itinerario transappenninico, assieme ai resti di insediamento individuato da Paolo Notini sul Monte Spasina, quasi sul crinale appenninico, non potevano avallare l’ipotesi di un vero e proprio sistema di insediamento, comparabile con quello che ormai indagine di superficie e ricerche di scavo tratteggiavano nella Piana di Lucca o in Versilia. Come nel caso dell’insediamento di Piari, oggi sulle sponde del lago di Vagli, frequentato ai primi del VI secolo a.C. da ‘pionieri’ alla ricerca di matere prime, o, forse, dediti – come a Molino del Cavallo, nel territorio di Fosciandora – alla distillazione di pece dagli abeti apuani e appenninici, la Media Valle e la Garfagnana sembravano aver conosciuto, anche nel momento culminante del sistema di insediamento dell’Etruria nord-occidentale e del territorio pisano in particolare – il V secolo a.C. – solo una frequentazione sporadica, legata appunto allo sfruttamento delle materie prime o alle vie dei traffici.