CULTI ETRUSCHI

IN GARFAGNANA

 
 

Nel 1975 la scoperta, lo scavo, l’immediata pubblicazione dei materiali, fecero di una grotta sul Monte di Gragno, al confine tra Media e Alta Valle del Serchio, sui rilievi fra la Cava e la Turrite di Gallicano, in destra del fiume, il caso risolutivo per recuperare, dopo quasi un secolo, le valutazioni di Gherardo Ghirardini sulla tomba emersa nel 1892 nella Piana di Lucca, a Rio Ralletta di Capannori.

Il Ghirardini, infatti, aveva immediatamente colto la consistenza dell’insediamento etrusco del V secolo a.C. nella Valle del Serchio, ai confini nord-occidentali dell’Etruria e nell’ambito del territorio egemonizzato da Pisa. Nel corso degli anni Trenta del Novecento, invece, aveva acquisito una decisa prevalenza la proposta che la Valle del Serchio preromana avesse conosciuto solo una componente ligure nel suo sistema di insediamento, surrettiziamente creando una sorta di ‘mito ligure’ che è ancora tenacemente abbarbicato a presentazioni turistiche o divulgative della storia di questo territorio.

Paolo Mencacci e Michelangelo Zecchini rilevavano invece senza alcun dubbio i caratteri etruschi del culto attestato nella grotta, designata come ‘Buca di Castelvenere’, tanto che contemporaneamente potevano pubblicare i risultati dell’esplorazione e una sintesi sull’archeologia del territorio lucchese preromano dall’esplicito titolo La realtà culturale etrusca nel territorio lucense.

La Buca di Castelvenere è ormai un caso esemplare dei culti delle acque d’età etrusca. Preso in esame da Adriano Maggiani dapprima per tracciare l’evidenza archeologica della via transappenninica da Pisa a Spina attestata da un tormentato passo dello Pseudo-Scilace, poi nella grande sintesi sui Santuari d’Etruria, in occasione dell’Anno Etrusco (1985), il culto attestato nella Buca è stato di nuovo collegato alle acque ‘sante’ che scorrono nell’antro, formando poi un ruscello, in occasione della mostra di Chianciano del 2003 dedicata all’Acqua degli Dei del mondo greco ed etrusco.

La lettura proposta dagli scavatori è stata dunque sostanzialmente confermata, e se la consistenza del culto praticato nella Buca ha trovato, almeno per un ventennio, continue dimostrazioni nei materiali recuperati dapprima dal Gruppo Archeologico Garfagnana, e poi da una serie ininterrotta di ‘frequentatori’ di questo luogo nodale dell’archeologia della valle.