CASTELFRANCO DI SOTTO

NEL MEDIOEVO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

Mentre si concludevano i lavori del Palazzo Comunale, nella primavera del 1975 iniziava una nuova avventura – presto destinata ad assumere toni drammatici – per il patrimonio storico-architettonico di Castelfranco: l’adeguamento a nuova vita del complesso del Monastero dei Santi Iacopo e Filippo, della cui fondazione trecentesca si è appena detto.

Nella primavera di quell’anno partivano i lavori per trasformare la chiesa sconsacrata, e quel che restava del chiostro dopo le demolizioni del 1969, che avevano offerto le prime occasioni di salvare dalla dispersione le testimonianze archeologiche della storia di Castelfranco. Lo scavo per il consolidamento delle fondazioni iniziava con la rimozione della pavimentazione dell’ala superstite, settentrionale, del chiostro, e finalmente era possibile, grazie alla sensibilizzazione delle maestranze impegnate nel cantiere, procedere al recupero contestuale della cospicua massa di materiali che il vespaio restituiva; se il termine ante quem per la messa in opera del vespaio era fissato dalle ceramiche al declinare del Cinquecento, in piena sintonia con le indicazioni epigrafiche e documentarie disponibili sulle vicende architettoniche del monastero e della chiesa, si poteva riconoscere una sorta di stratificazione orizzontale nella sequenza cronologica dei materiali, con la concentrazione nel settore occidentale delle ceramiche riferibili al Quattrocento, in quello orientale delle maioliche e delle graffite cinquecentesche, come se per il vespaio si fosse attinto ad uno scarto di scarichi d’uso accumulatosi sull’arco di più di un secolo, iniziando a distribuirlo nel vespaio da est (con i materiali superficiali) procedendo poi verso ovest.

Il crollo di parte del portico, che trascinò con sé ampi lembi della parete meridionale della chiesa su cui si attestava, poneva fine, nel settembre di quell’anno, ad un’impresa sulla quale non è il caso di esprimere pareri, e che si sta avviando a conclusione, quasi trentacinque anni dopo, con il recupero dell’antica chiesa fondata nel 1323 come luogo di cultura della comunità castelfranchese, mentre le strutture monastiche da tempo hanno perso i segni della loro storia in una metamorfosi che appena ‘cita’ le archeggiature perdute per sempre nel dechirichiano prospetto meridionale del complesso.

Come le maioliche arcaiche del Palazzo Comunale ‘raccontano’ le mense del Tardo Medioevo castelfranchese, con i colori del verde e del nero, il piccolo, ma significativo complesso di ceramiche quattrocentesche dal chiostro del monastero dei Santi Iacopo e Filippo permette di ricostruire la tavola di una comunità monastica femminile agli albori del Rinascimento, nella vivacità dei colori che progressivamente arricchisce la tavolozza dei vasai del territorio fiorentino (Montelupo e, in misura minore, Bacchereto), traducendo in un linguaggio popolare, fortemente permeato degli esiti della cultura figurativa tardogotica, i soggetti e gli stilemi del primo Rinascimento.

La zaffera a rilievo, con il blu intenso, materico, che risalta sul raffinato smalto bianco esaltato dalla pasta bianca peculiare delle delle produzioni montelupine a partire dai primi del Quattrocento, è da un lato l’elemento di continuità con le realizzazioni del tardo Trecento – se non dei primi del Quattrocento – appena viste nel complesso del Palazzo Comunale; dall’altro dà il ‘tono’, con la sua sontuosità, del livello dei consumi nel monastero.

Il frammento di boccale che esibisce – in redazione semplificata – il giglio araldico della città dominante, Firenze, in un ovale tracciato dal nero di manganese, fra foglie di quercia sontuosamente rilucenti d’azzurro, conserva un soggetto particolarmente amato per le forme da spezieria che sono parte cospicua della produzione con zaffera a rilievo fin oltre la metà del Quattrocento. Ad una di queste forme, dato il profilo, poteva appartenere il prezioso frammento che salva parte del corpo di un felino (o di un canide) – come dimostrano le unghie rese da tratti in nero – isolato in un campo fiorito di puntini in nero e di foglie di quercia in blu, eco remota dei ‘prati fioriti’ tardogotici, in cui anche la figura zoomorfa, particolarmente amata nel repertorio quattrocentesco, si trasforma in mero soggetto ornamentale.

Se i vasi da farmacia hanno una destinazione peculiare, e la disponibilità di una spezieria anche in strutture monastiche non destinate a questo ruolo specifico è ribadita anche dal dato archeologico, la marginale presenza delle produzioni di zaffera a rilievo nei contesti stratigrafici quattrocenteschi trova una convincente motivazione nell’elevato costo di questa classe, con la preziosa zaffera distribuita senza risparmio, equivalente nel linguaggio ceramico dei fondi azzurri delle tavole o degli affreschi tardogotici. Un complesso lucchese che restituisce pressoché integro un boccaletto di zaffera a rilievo associato ad una coppa di produzione spagnola è un’eccezione anche nei contesti urbani di una città che, come Lucca, permette di apprezzare l’evoluzione dei consumi ceramici ‘medi’ nel corso del Quattrocento.

Ad una forma con decorazione in zaffera – il frammento conserva solo resti dell’apparto decorativo in nero – poteva appartenere anche il boccale con sigla s coricata documentato su questa classe nel secondo quarto del Quattrocento.

Il boccale ‘medio’ corrente nei decenni del Quattrocento, tanto per consumi di tono ‘alto’ come per quelli popolari esemplarmente attestati da un contesto di Cafaggiolo di Lamporecchio, esce dalle manifatture di Montelupo (e Bacchereto) provvisto di una decorazione in monocromia blu. Questa copre la parte anteriore della forma con soggetti di ascendenza vegetale – destinati a divenire rapidamente mera cifra geometrica – che incorniciano, entro un riquadro di varia morfologia, un singolo soggetto figurativo: l’uccellino interamente campito in blu diluito ricomposto parzialmente da due frammenti è pertinente al boccale di cui restano frammenti del sistema decorativo accessorio, e la base dell’ansa – inquadrata da due fasce coperte da sequenze di frettolose croci di Sant’Andrea, sulla scorta del modello offerto da un esemplare meglio leggibile da Montelupo.

Il marchio di fabbrica f ne certifica la provenienza da una delle botteghe di Montelupo che intorno alla metà del secolo traducono nel blu diluito i motivi decorativi di ascendenza ‘moresca’ che danno tradizionalmente nome a questa produzione: la maiolica ‘italo-moresca’ – cui di recente il Berti, nel continuo adeguamento terminologico che propone per la classificazione delle produzioni di Montelupo, ha voluto recuperare il termine di ‘damaschina’ – che può facilmente competere nella quotidianità delle mense con i raffinati capi prodotti in Spagna, decorati ‘a lustra metallica’ o in blu, accessibili tuttavia anche anche a Castelfranco, come attestano minuti frammenti dallo stesso contesto del monastero e dal Palazzo Comunale.

I boccali con decorazione ‘italo-moresca’ sono una delle componenti di un articolato sistema ceramico da mensa che è in grado di soddisfare, in questi decenni in cui si forma la cultura rinascimentale, le esigenze di vaste fasce della società, cui mette a disposizione contenitori di media qualità per la presentazione di bevande e cibi.

Il blu diluito – talora integrato, come anche sui boccali, dal nero di manganese – modula schemi geometrici standardizzati con cui si decorano forme aperte di grande formato (bacini, rinfrescatoi) e un sistema di scodelle o scodelline e ciotole in cui ha ruolo centrale una forma emisferica con labbro caratterizzato da un peculiare profilo obliquo: la ‘ciotola tipo Bacchereto’, massicciamente prodotta in questo centro manifatturiero del territorio di Carmignano, così come a Montelupo, con una omogeneità di forma, pasta, sistema decorativo, che rende i due punti produttivi pressoché indistinguibili.