CASTELFRANCO DI SOTTO

NEL MEDIOEVO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

Al catino che potremmo definire ‘tipo Marti-Castelfranco’ – i due complessi che ne certificano la genesi e la fortuna nel corso del XIV secolo – si associano in misura accessoria altre forme aperte, documentate da pochi frammenti:

– il catino di grande formato, con diametro alla bocca intorno ai cm 35, che copre le pareti (almeno nell’esemplare superstite) con fiori polilobati alternato a foglie rotonde pendule da una cornice campita da una treccia;

– il catino tronco-conico carenato, con piede a disco, labbro diritto, coperto da una cornice con motivi geometrici, mentre il corpo della forma è campito dal sistema dei girali di foglie polilobate, ‘di quercia’;

– una scodella emisferica, attestata prevalentemente da frammenti di fondo (a dimostrazione della selezione che comunque i materiali salvati dal Gruppo Archeologico dovevano aver subito) con piede a disco, cui viene adattato il sistema decorativo b), ridotto – in coerenza con il formato minore – a sole tre foglie disposte a croce. Sono occasionali partiti decorativi in cui è ancor più evidente la lezione dei vasai pisani: la raggiera di otto linee seghettate in nero, che scandiscono un soggetto vegetale stilizzato; b) la ‘croce’ di quattro linee in verde, su cui si innestano a perpendicolo linee parallele in manganese e verde: è una semplificazione del motivo del II Gruppo, variante a), ricostruito dalla Berti.

Completano le dotazioni di forme chiuse capi con semplice copertura stannifera, in monocromia bianca.

Anche le forme chiuse, attestate solo dal boccale ovoide con piede discoidale, variamente tagliato, già dominante nei decenni centrali del Trecento, come dimostra il contesto lucchese appena descritto possono essere in mera monocromia bianca– non priva del suo fascino, tanto da essere riprodottta anche nell’affresco nel San Domenico di San Miniato con La nascita della Vergine del Maestro della Madonna Lazzaroni – o con una speditiva decorazione in verde e nero.

Lo stato di frammentazione pregiudica la possibilità di ricostruire il repertorio decorativo dei boccali con l’affidabilità riconosciuta nel ‘catino tipo Marti-Castelfranco’., benché i frammenti recuperati possano essere ascritti, stando anche alle attestazioni di piedi e di anse, ad almeno 21 esemplari, a riprova della sostanziale coerenza del servizio ‘catino/boccale’, ribadita infine dalla coerenza della pasta e dello smalto, distribuito solo all’esterno, mentre l’interno è appena coperto da un velo di invetriatura, così come la parte inferiore del corpo.

Anche nel repertorio decorativo applicato ai boccali è evidente l’eco remota dei temi affermati nella produzione pisana dei primi del Trecento, in redazioni che sono parallele – o preludono – a quelle della maiolica arcaica del territorio propriamente fiorentino:

– il soggetto geometrico – forse di remota ascendenza vegetale – campito da un reticolo di linee larghe in verde, sottili in nero, dominante nella maiolica arcaica ‘blu’ del territorio fiorentino dell’avanzato Trecento;

– lo scudo stilizzato, soggetto araldico che connota il livello di parte almeno delle commissioni di maiolica arcaica;

– la stilizzata foglia polilobata, ipotizzabile sulla scorta del comune motivo della foglia trilobata su boccali di maiolica arcaica fiorentina; non è tuttavia da escludere la possibilità di leggere piuttosto una stilizzazione del volatile che già dalla fine del Duecento è uno dei motivi figurativi prediletti per i boccali di maiolica arcaica.

Nell’insieme, dunque, sembra che Castelfranco abbia offerto un mercato solido ad una bottega certamente collocata nella ‘galassia’ di centri manifatturieri del Valdarno fiorentino che elaborano un proprio sistema formale, pur partendo dal linguaggio codificato a Pisa al volgere fra Due- e Trecento, idoneo ad una produzione seriale, con tratti morfologici semplificati – basti pensare al ricorso al piede a disco, di contro al raffinato piede ad anello che connota le manifatture pisane, di ascendenza tardoantica e fedele ai modelli dei bacini d’importazione magrebina – e altrettanto semplificato apparato di copertura: alla spessa vetrina e al solido smalto dei manufatti pisani, si risponde con esterni risparmiati – nel caso delle forme aperte – e uno smalto decisamente ‘economico’. Una produzione, insomma, cui il mercato rurale dei castelli del territorio fiorentino poteva concedere spazi adeguati.

Il successo, e la piena rispondenza alle esigenze del consumo, sono confermati dalla presenza del tutto secondaria di manufatti attribuibili ad altre produzioni.

Il confine tra lo stato territoriale fiorentino e il contado di Pisa, fino alla caduta della città nel 1406, sembra tanto permeabile alla circolazione di idee, quanto insuperabile per le ceramiche di manifattura pisana; dominanti nei castelli di confine del territorio pisano, sino alla linea segnata dal torrente Chiecina, le maioliche arcaiche stentano a raggiungere Castelfranco, dove sono attestate appena da qualche forma coperta con gli speditivi sistemi del IV Gruppo Berti, le raggiere in manganese e ramina che connotano le più diffuse e fortunate forme aperte pisane dell’avanzato Trecento, capaci di giungere sino al secolo successivo. Problematica è anche l’attribuzione a manifattura pisana di un frammento di forma chiusa, con una ‘canonica’ redazione del sistema decorativo del VI Gruppo Berti, tipo C, prodotto in una pasta chiara, che potrebbe anche pertinente ad un boccale con corpo globulare, datato – in coerenza anche con il sistema decorativo – entro i decenni iniziali del Trecento.

I sottili flussi commerciali attestati dalla maiolica arcaica – pallida eco archeologica della vivacità mercantile della Toscana del Tardo Medioevo, anche nei contesti rurali o dei ‘centri minori’ – sono piuttosto attestati dalla presenza di manufatti ascrivibili a bottega senese. Spicca, in particolare, il frammentario bacino, la cui attribuzione a manifattura senese è concordemente assicurata dalla pasta, giallastra, dall’invetriatura chiara abbondantemente distribuita anche all’esterno, dalla morfologia, con il labbro modellato a nastro convesso; il sistema decorativo è una canonica redazione di uno schema peculiare di quest’area produttiva al volgere fra Tre- e Quattrocento. Per caratteristiche di impasto e tecnica, dovrebbe essere di manifattura senese anche il frammento con un complesso motivo geometrico, forse variante del ‘nodo di Salomone’ disegnato da un nastro puntinato.

L’ipotesi che il sottile flusso di ceramiche senesi sia stato favorito dalla via commerciale che distribuisce i manufatti in vetro della Valdelsa – spesso affidata agli stessi commercianti, come appare talora nella documentazione trecentesca – continua a conservare il suo fascino.

Al nucleo di materiali tardotrecenteschi deve essere ascritto, infine, anche il piccolo nucleo di frammenti pertinenti a forme con decorazione resa da corposi riporti di zaffera: la ‘zaffera a rilievo’, per cui si impiega una pasta non dissimile da quella adottata per la maiolica arcaica, ma uno smalto decisamente più spesso e squillante, nelle tonalità che raggiungono toni di blu capaci di esaltare il sistema di foglie di quercia che copre la superficie del boccale o ripete sui catini il motivo dei girali applicato anche nel ‘verde e nero’. Quasi solo a boccali di questa peculiare produzione sembrano pertinenti i marchi attestati nel recupero del Palazzo Comunale.

Un nuovo sistema di colori comincia ad apparire: il ‘verde e nero’ della ramina e del manganese diluiti sta per cedere il campo al blu, ammassato a rilievo o diluito, e poi alla tavolozza e ai motivi figurativi che fanno giungere anche sulle mense castelfranchesi, spesso ancora mediata da cifre stilistiche tardogotiche, la cultura del Rinascimento.