CASTELFRANCO DI SOTTO

NEL MEDIOEVO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

Si è appena visto che nella seconda metà del Duecento  anche a Castelfranco appare la maiolica arcaica, fornita dalle botteghe pisane o lucchesi, cui rapidamente altre si aggiungono, da Siena e Montalcino, fino al Valdarno fiorentino.

Giacché le indagini sulla maiolica arcaica toscana sono state centrali nella genesi dell’archeologia medievale intesa come disciplina autonoma, la memorabile sintesi curata nei primi anni Ottanta dal gruppo di lavoro coordinato dal compianto Riccardo Francovich è ancora fondamentale nel tratteggiare la proliferazione e le progressive caratterizzazioni delle officine toscane di maiolica arcaica nel corso del Trecento, pur se i contesti stratigrafici hanno permesso significative puntualizzazioni sulla cronologia.

Nella recensione curata da Francovich ebbe un ruolo significativo il ritrovamento di maioliche arcaiche nei lavori del Palazzo Comunale di Castelfranco di Sotto, durante i rifacimenti che l’edificio subì fra 1973 e 1975, che fu anche momento cruciale nella genesi del Gruppo Archeologico. In effetti, mentre ricognizioni ed escursioni accumulavano materiali cronologicamente eterogenei e disparati – dai reperti paleontologici alle ceramiche dell’Ottocento – in un ambito territoriale che abbracciava l’intero Medio Valdarno Inferiore, fu preziosa l’opera di mediazione che permise, nell’inaccessibilità dei cantieri che ha a lungo pregiudicato la ricerca archeologica, almeno di recuperare i materiali che opere di scavo all’interno dell’edificio portavano in luce; è ancora viva la memoria delle sere dell’inverno 1974-1975 in cui arrivavano nella sede del Gruppo Archeologico, nei locali del San Matteo, ancora schizzati di fango, sacchi di ‘cocci’ sottratti, con il compiacente impegno delle maestranze, alla dispersione cui sarebbero stati inevitabilmente destinati. E poi il lavaggio, la ricerca degli attacchi, e – soprattutto – l’impegno a ‘capire’ quelle ceramiche con decorazione in verde e nero che spiccavano nella massa eterogenea di reperti dal Medioevo ai giorni nostri, esito di contesti stratigrafici distrutti per sempre.

La visita di Graziella Berti, Ezio e Liana Tongiorgi, che proprio in quegli anni stavano mettendo a fuoco le produzioni di maiolica arcaica pisana, fu un’occasione straordinaria per capire ed apprezzare la lacera pagina di storia medievale di Castelfranco che quelle ceramiche ricostruivano, così come fu essenziale la visita di Riccardo Francovich, qualche anno dopo, con l’invito a presentare le maioliche arcaiche castelfranchesi sulla rivista che stava divenendo il punto di riferimento non solo per le indagini archeologiche sui contesti dal V al XVI-XVII secolo (Archeologia Medievale), ma anche per qualsiasi indagine ‘sul campo’ – un tema ormai usuale, ma allora assai innovativo nella metodica archeologica.

Le indagini di scavo della Piazza del Comune, nel 1995, e la sistematica recensione dei dati archivistici condotta per ancorare all’evidenza documentaria la sequenza di ristrutturazioni del Palazzo Comunale, fra gli ultimi anni del Trecento e il primo quindicennio del Quattrocento, hanno offerto un elemento d’appoggio alla proposta, formulata in quella sede, di collegare la massa delle maioliche arcaiche erratiche dei recuperi 1974-1975 a stratificazioni messe in opera in questi frangenti. In effetti, pur nel progressivo affinamento delle valutazioni cronologiche assicurato dall’infittirsi dei contesti, la datazione del complesso di maioliche arcaiche sullo scorcio finale del Trecento, o – al più tardi – ai primi del Quattrocento che fu avanzata al momento dell’edizione rimane ancora sostanzialmente accettabile.

La tipologia delle forme e dei partiti decorativi è particolarmente coerente, ricomponendo un sistema morfologico articolato sul binomio ‘catino (o altra forma aperta di medio e grande formato)’/boccale’, integrato in misura marginale da coppe o scodelle di formato minore: è un vero e proprio ‘servizio da mensa’ strutturato per emarginare la tradizionale componente di ceramica acroma, così come le forme da fuoco invetriate (pentole e tegami) relegano in posizione sempre più periferica la suppellettile da fuoco d’impasto (olle e testi).

Il grande bacino con quattro anse, piede distinto profilato a disco, bassa parete obliqua che si apre in una breve tesa, è attestato da due esemplari di dimensioni pressoché identiche, con diametro alla bocca intorno ai cm 32-33: il sistema decorativo prevede sulla breve parete una doppia serpentina, nelle cui concavità sono ricavati fiori bilobati, un tipo di cornice già ben noto nella maiolica arcaica pisana e destinato a lunga fortuna nelle maioliche tardomedievali del territorio fiorentino, e, in particolare, sui rinfrescatoi che sembrano l’esito di questa forma.

Ma tipico del servizio attestato a Castelfranco è, soprattutto, il catino tronco-conico con piede a disco, breve tesa obliqua, spesso modanata ‘a becco di civetta’, presente con frammenti riferibili ad almeno 24 esemplari, di formato costante, con diametro alla bocca intorno ai cm 17-19. L’omogeneità della manifattura è testimoniata anche da comuni caratteristiche tecniche, come l’esterno risparmiato, la morfologia del piede, la qualità, decisamente mediocre, della copertura stannifera; coerente è anche il corpo ceramico, rosso-mattone, dura, con minimi inclusi.

Due sono i sistemi decorativi adottati per coprire, senza ricorso a cornici o sistemi accessori, fondo e pareti della forma:

a) quattro girali con foglia tri- o polilobata (‘foglia di quercia’), e fiori polilobati nei girali, che si dipartono da un soggetto geometrico dispiegato sul fondo del catino ;

b) quattro foglie lanceolate (o di quercia) disposte a croce, con fiori polilobati nei riquadri.

Anche questi partiti decorativi – redazione geometrizzante di soggetti vegetali – sono fortunati nella produzione pisana della fase iniziale, duecentesca o dei primi del Trecento, assegnati dalla Berti rispettivamente al suo X Gruppo e alle varianti f-g del III Gruppo, ma per forma e redazione gli esemplari castelfranchesi sono decisamente apparentati piuttosto alle produzioni del Valdarno Inferiore che hanno un caposaldo negli esemplari di maiolica arcaica inseriti nella facciata della Pieve di Santa Maria Novella a Marti, in cui, in particolare, ritorna il girale con foglia trilobata in una redazione contigua a quella attestata a Castelfranco.

La data di consacrazione della chiesa di Marti, al 1332, certificata dall’iscrizione che esalta anche l’opera del magister Lippus di Castelfranco, non è di per sé risolutiva per la cronologia dei bacini inseriti in facciata, dati i tempi lunghi dei cantieri medievali, ma la presenza di un esemplare riconducibile a questa produzione, per morfologia e sistema decorativo, in un contesto lucchese  dominato da capi di manifattura pisana (o locale di imitazione pisana) dei decenni centrali del Trecento offre un prezioso termine di riferimento per porre intorno alla metà del Trecento la formazione di una tradizione medio-valdarnese della maiolica arcaica che applica due sistemi decorativi di matrice ‘pisana’ su una forma radicata nella tradizione della acrome locali.

Il contesto della Puntazza di Montelupo, in cui compare il sistema decorativo a) ancora con la campitura a graticcio – e non a colore pieno – delle foglie, secondo la tradizione pisana, sembra convergere con queste valutazioni cronologiche, che portano dunque a porre il gruppo castelfranchese nell’avanzata seconda metà del secolo, ancora una volta in sostanziale coerenza con affidabili contesti lucchesi. Dei due schemi, il primo (a) è destinato ad estinguersi rapidamente, mentre il secondo, con varianti, godrà di enorme successo nelle produzioni valdarnesi (di Montelupo e Bacchereto) o lucchesi di contenitori di forma aperta in maiolica in maiolica arcaica tarda, sino alla scorcio finale del Quattrocento – come dimostrano gli stessi contesti castelfranchesi del Monastero dei Santi Iacopo e Filippo – e infine nella graffita.