CASTELFRANCO DI SOTTO

NEL MEDIOEVO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

Il primo, fondamentale elemento di un castello sono, naturalmente, le mura.

Per tornare al ‘castello ideale’ di Duccio, gli edifici che risaltano entro la cerchia trovano nel rigore e nella solidità delle mura, con la dotazione di porte fortificate e torri, la cornice capace di esaltarli; l’immagine di Lucca nel Tardo Medioevo, ripetuta infinite volte nelle miniature che fanno delle Cronache del Sercambi una preziosissima fonte sulla vita quotidiana fra Tre- e Quattrocento, con le torri che spiccano dal profilo delle mura, è celebrata dall’apparato di torri semicircolari che facevano delle mura completate ai primi del Duecento un potente strumento per la sicurezza della città; le antiporte che corroborano l’apparato di protezione delle porte, con i ponti che superano i fossati – strumento indispensabile nella sequenza dell’apparato difensivo – completano il decoro urbano.

Il ‘tono’ che le mura conferivano al castello – sostanziando anche la coerenza stessa della definizione, necessariamente legata alla presenza di fortificazioni ‘stabili’, in contrapposizione con i villaggi o i ‘borghi’, provvisti al massimo della protezione di un terrapieno o di una palizzata – era ancora percepito nel Cinquecento, quando ormai, di fronte allo sviluppo e alla potenza delle armi da fuoco, le mura medievali non potevano avere più ruoli militari.

Ancora alla fine del Quattrocento le mura di Castelfranco, in effetti, erano state oggetto di continue attività di manutenzione e restauro, in particolare nel frangente della ‘guerra di Pisa’, che aveva di nuovo fatto di Castelfranco un ‘castello di confino’ dello Stato fiorentino, dopo l’insurrezione della città. L’attività del Comune, registrata nelle Deliberazioni e Partiti dal 1492 fino al 1501, vede una sequenza di impegni di spesa per le mura, le porte, le torri. Con il ritorno di Pisa, a condizioni, sotto il dominio fiorentino (1506), Castelfranco perse per sempre un ruolo militare, ma quando, alla metà del secolo, le mura richiedevano un nuovo intervento di manutenzione, il Granduca diede alle richieste della comunità castelfranchese, presentate il 4 dicembre 1566, una risposta bruciante che testimoniava i nuovi tempi.

«Al Ill(ustrissi)mo et ecc(ellentissi)mo sig(no)re Principe La Comunità et Huomini di Castel Franco di Sotto supp(lican)ti desidererebbero con buona g(ra)zia di questa potere provedere et racconciare una parte delle mura del lor Castello che sono rovinate, et rimediare al restauro che non rovini … Intendiamo come dette mura da una banda stanno assai male et non vi si provvedendo portano periculo di rovinare». «Sarebbe una spesa inutile et gettata via», è l’annotazione in calce del Granduca. Parallelo, nel segno contrario, il parere favorevole per la richiesta della vicina comunità di Santa Croce sull’Arno, nel 1564, di smantellare un tratto di mura per ricostruire un muraglione d’argine all’Arno.

Questi anni che segnano la fine delle mura castellane, divenute semmai cespite per i proventi della loro alienazione – per il reimpiego come strutture civili, o come cava di laterizi – hanno offerto una straordinaria occasione per apprezzare la perduta cerchia medievale di Castelfranco. Nel 1564 era stato il Comune a farsi carico dell’acquisto di gran parte del settore meridionale, per poi rivendere singoli lotti a privati cittadini; l’atto steso in quella circostanza descrive minuziosamente la struttura; ancora nel 1588 si decide l’alienazione del settore settentrionale, e in quella circostanza i Capitani di Parte Guelfa, cui erano deputati il controllo e l’amministrazione delle fortificazioni dello Stato fiorentino, fanno redigere un’accuratissima planimetria di questo tratto, con la corona di torri disposte in corrispondenza delle strade interne, e le porte ancora provviste dei loro ‘rivellini’, o antiporte.

È vana impresa ricercare nel tessuto urbano di Castelfranco i relitti delle mura medievali: le torri che assicuravano le porte sono conservate, con adattamenti e trasformazioni, a est – con la Porta di Vigesimo, o verso Santa Croce, come è nella cartografia cinquecentesca, sopravvissuta come campanile e simbolo stesso del Comune – a nord, con la Porta di Caprugnana, o a Usciana; a sud, con la Porta a Catiana, o ad Arno, come la si denomina ai primi del Cinquecento, mentre è scomparsa nelle demolizioni ottocentesche la Porta a Paterno, sul lato occidentale delle mura. Le torri e le mura sono state dapprima utilizzate per addossarvi edifici, con una pratica già medievale che trova una eloquente documentazione nel rilievo del 1588, o, eventualmente, smantellate per recuperare materiale edilizio. Quando nel 2007 apparve una possente struttura laterizia, all’angolo sud-occidentale di Piazza XX Settembre, sembrò per un attimo di aver trovato le antiche mura, ma presto apparve chiaro che la collocazione era del tutto incongruente con il tracciato del circuito medievale, ed altrettanto eloquente si rivelò la correlata sequenza stratigrafica, indicando una datazione del manufatto nel Tardo Rinascimento; si trattava infatti, come dimostra inequivocabilmente la cartografia settecentesca, del muro di recinzione dell’orto del monastero dei Santi Iacopo e Filippo, costruito dopo la demolizione delle mura, e a spese di queste, con un sistematico recupero di cui fu possibile cogliere anche gli indizi stratigrafici.

La valutazione della cronologia delle mura di Castelfranco, dunque, deve essere sostanzialmente essere affidata alla documentazione iconografica: torri svettanti sulle porte, come nella veduta di Duccio, provviste però dell’antiporta funzionale alla migliore gestione delle molte attività che intorno alle porte si svolgono, secondo il modello limpidamente attestato per le città, come nel caso di Lucca, ma diffuso anche in castelli del territorio; l’antiporta di Castelfranco di Maremma (Paganico), ancora in parte superstite, permette di ipotizzare l’aspetto delle porte di Castelfranco, integrandosi con il dato archeologico.

In effetti, nel 1998, l’attenzione rivolta alle opere di ripavimentazione di Via Marconi permise di cogliere le strutture di fondazione di un edificio in laterizio che si propose di interpretare come angolo sud-occidentale dell’antiporta della Porta a Catiana; l’acquisizione della planimetria del 1588 ha confermato l’ipotesi, e invita a datare la costruzione delle mura, per la puntuale analogia con l’ordito laterizio della domus Communis e per la giacitura stratigrafica, nel suolo di base, vergine, alla fondazione del castello. Le continue opere di adeguamento della porta, talora attestate anche dal dato documentario, come per i lavori del 1501, non sembra abbiano interferito con la planimetria d’insieme, come dimostra il confronto fra quanto è recuperabile della Porta a Catiana e il rilievo della perduta Porta a Paterno.

È dunque plausibile che anche il regolare ordito di torri rettangolari che aggetta dal filo delle mura, interagendo con le torri poligonali innestate sui quattro spigoli fosse previsto sin dagli anni della fondazione del castello; si osserverà, in effetti, che anche il circuito murario di Bientina  prevede agli angoli torri poligonali o disposte obliquamente, sì da ottenere, nel complesso, un profilo comparabile con quello documentato a Castelfranco. La vistosa analogia delle mura di Castelfranco con quelle di Cascina, datate al 1370, potrebbe dunque essere giustificata dalla continuità di soluzioni tecniche, prima che la potenza delle armi da fuoco imponesse nuove tipologie per le fortificazioni, con la rinuncia agli spigoli vivi, bersaglio preferito dell’attività di distruzione praticata negli assedi.

La coerenza del sistema di torri con la struttura urbana – le torri sembrano disporsi sull’asse delle vie interne ai quartieri – è infine, seppure con la limitata validità di queste osservazioni, un ulteriore elemento a favore dell’ipotesi di una loro costruzione al momento della fondazione del castello: un ‘castello perfetto’, con la simmetrica corona di torri ai lati della porta d’ingresso, proiettata con un’antiporta verso il ponte che permette di attraversare il fossato, in cui si aprono vie pavimentate del rosso dei laterizi che portano al ‘cuore’ dell’area urbana, con la chiesa, la piazza, il palazzo del Comune.