CASTELFRANCO DI SOTTO

NEL MEDIOEVO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

Actum in dicto castro in domo co(mmun)is p(re)fati castri d(omi)nice nativitatis anno mill(esim)o cco liijo (ante diem) vjo idus octubris ...», «steso nel detto castello, nella Casa Comunale del predetto castello, il 10 ottobre del 1253, dalla nascita del Signore». È nella formula finale, con cui il notaio Ferretto dà conto di luogo e data di stesura dell’atto, che una delle tante pergamene che registrano le pattuizioni con cui la casa dell’Altopascio provvedeva ad affittare i beni accumulati da qualche decennio nella pianura fra Arno ed Usciana, che il documento del 10 ottobre 1253

diviene fondamentale per la storia di Castelfranco: è il primo documento che menziona il Castrum Franchum del Valdarno Inferiore.

La rassegna dei dati documentari disponibili circoscrive fra la fine del 1251 e i primi del 1253 il momento in cui le popolazioni distribuite nei sette villaggi dipendenti dalla curia di Fucecchio, passata sotto il controllo di Lucca con il collasso del sistema imperiale nel Valdarno seguito immediatamente alla morte di Federico II, il 13 dicembre 1250, si raccolsero – per impulso autonomo o per decisione del nuovo potere egemone, il Comune di Lucca – in due ‘terre nuove’, Castelfranco (Castrum Franchum Vallis Arni Inferioris) e Santa Croce, (Castellum Novum quod dicitur Sanctae Crucis, come è definito nel primo atto che lo menziona, nell’aprile dello stesso 1253). Un lapsus, subito corretto, del notaio, fa trasparire la cesura appena registrata nel tessuto degli insediamenti: uno dei due rappresentati della casa dell’Altopascio è Mare del fu Passalacqua, presentato come «de Villa Sancti Petri», ma all’interlinea si precisa: «qui fuit». Anche Mare ormai è un castelfranchese, uno dei fondatori del castello.

L’ipotesi più plausibile vuole che la decisione di rompere con la millenaria tradizione dell’insediamento sparso, per erigere un solido castello idoneo ad affrontare la nuova situazione geo-politica, fosse maturata dopo gli eventi della prima estate del 1252, che avevano fatto della curia di Fucecchio teatro di una battaglia fra Pisani e Lucchesi, rovinosa per i secondi, che però avevano potuto recuperare le loro sorti grazie all’alleanza con i Fiorentini, e alla vittoria di Pontedera.


Il ‘castello perfetto’: il complesso piazza-domus Communis nello scavo 1995 di Piazza Remo Bertoncini


Non mancò l’emozione, nell’autunno del 1995, quando lo scavo della Piazza Remo Bertoncini, iniziato in sordina dopo che erano affiorati lembi di una pavimentazione in laterizi disposti a spinapesce, già vista da Roger Stefanelli e poi dimenticata, mise in luce una serie di pilastri in laterizi, nel settore orientale della piazza, fondati sul suolo vergine. La coerenza del sistema, e dell’edificio che questi disegnavano, con il tipo del ‘palazzo pubblico’ diffuso nell’Italia settentrionale del Duecento (il ‘broletto’), caratterizzato da un esteso portico al piano terreno che è la prosecuzione ‘coperta’ della piazza, fece ipotizzare che l’edificio fosse la domus Communis citata nel documento del 1253, e che dunque gli abitanti del nuovo castello avessero previsto, come atto iniziale della costruzione del nuovo insediamento, la fondazione dell’edificio specificamente destinato alla gestione dell’autogoverno che comunque – sotto la tutela del podestà inviato da Lucca – poteva essere dispiegato.

Se la spettacolare coerenza dell’impianto piazza-domus Communis rivelava il decoro che si voleva attribuire al castello, e la veduta di una ‘terra nuova ideale’ – forse ispirata alla fondazione senese di Castelfranco di Maremma, oggi Paganico – che Duccio di Buoninsegna poneva, ormai ai primi del Trecento, nei paesaggi della Tentazione di Cristo della Maestà di Siena è ‘immagine ideale’ di un castello al volgere fra Due- e Trecento, la sequenza di attività di scavo e di indagini d’archivio condotte dopo il 1995 ha sostanzialmente confermato il carattere di ‘castello perfetto’ che i Castelfranchesi perseguirono per la ‘loro’ fondazione, applicando in scala i temi urbanistici dominanti nelle contemporanee vesti urbane. Emblematico è il caso della pavimentazione delle vie pubbliche intramuranee, affidata a Castelfranco al laterizio, in un ordito che trova proprio nel ‘castello sul fiume’ di Duccio un vero e proprio ‘schizzo di progetto; nei decenni centrali del Duecento è proprio la cura delle pavimentazioni pubbliche uno degli impegni più celebrati delle amministrazioni cittadine, da Lucca a Siena.



L’impianto urbanistico e l’architettura del laterizio


Rivelando la destinazione pubblica di spazi pressoché equivalenti, a nord e a sud dell’asse est-ovest, rispettivamente per la chiesa castellana e il complesso piazza-domus Communis, il dato di scavo del 1995 ha consentito di apprezzare adeguatamente il rigore del doppio asse di simmetria progettuale – diluito nelle trasformazioni tardomedievali della piazza che hanno condotto all’assetto attuale – che scandisce i quartieri (nel senso etimologico del termine) destinati ad accogliere gli abitanti dei quattro villaggi abbandonati.

Rispetto al modello che era stato applicato nel secolo precedente a Bientina, il castello voluto dall’Arcivescovo di Pisa nel 1179 a dominio di un fondamentale crocevia del sistema itinerario di terra e d’acqua del Valdarno, la planimetria di Castelfranco segna il compiuto recupero della tradizione romana, e si profila come esperienza nodale nella linea evolutiva che porterà alle ‘terre nuove’ fiorentine e pisane dello scorcio finale del Duecento e del Trecento; è evidente la netta distinzione rispetto al coevo ordito di Santa Croce sull’Arno, fondato sulla paratassi di ‘borghi’ disposti a pettine sull’asse di simmetria tracciato dalla via principale, in una seriale ripetizione dello schema più comune per le ‘terre nuove’ bassomedievali.

I costruttori del castello hanno a disposizione un materiale divenuto comune da non molti anni, che permette di superare i limiti della pietra – di acquisizione non facile nella pianura alluvionale del Valdarno – e la fragilità dei ‘muri di terra’ dell’edilizia rurale bassomedievale: il laterizio.

Il mattone trionfa in tutte le tipologie edilizie dei nuovi castelli, con le fornaci del sistema produttivo strutturato lungo l’Usciana che sembrano in grado di soddisfare l’imponente e repentina domanda di materiale edile, arricchendo l’‘offerta’ con la finezza delle piccole serie decorate impiegate per esaltare le scansioni dei volumi, nei marcapiani o nel coronamento di archi. La fornace sezionata dalle opere di rinnovamento del fosso aderente alla Via di Usciana nel 1998 e quella emersa poco dopo, ancora nei lavori di rinnovamento dell’apparato di bonifica della pianura valdarnese, in Comana, sono il documento archeologico di una rete attestata per la prima volta nel 1246 con la fornace in Cardialla, nel settore occidentale del territorio che sarà poi di Castelfranco, facilmente rifornita di combustibile grazie alla contiguità con l’Usciana, proprietà dapprima dei signori di Pozzo, poi condivisa con l’Altopascio. La materia prima, l’argilla, è scavata in loco, nei banchi alluvionali del Valdarno: le vaste fosse di coltivazione lette nella sezione occasionale del fossato di bonifica in Comana, nel 1998, livellate con i residui dell’attività di fornace – in particolare concotti – sono una straordinaria testimonianza della mole di produzione che i fornaciai potevano affrontare grazie alla felice collocazione degli impianti, lungo una via d’acqua.

Di mattoni è la chiesa castellana che trasferisce entro le mura il titolo dell’edificio di Vigesimo, con la dedica a San Pietro, e, assieme a questo, anche quanto era recuperabile del materiale di cui era strutturata l’antica chiesa sull’Arno. Sono probabilmente di spoglio, in effetti, i blocchi di arenaria che sostanziano le assise di base della parete rimasta a celebrare la storia del monumento dopo i restauri dei primi anni Novanta del secolo scorso, o che si dispongono, in una scacchiera che probabilmente coniuga una componente estetica (percepibile anche sotto la sottile scialbatura che doveva di regola coprire il laterizio) con una funzionale, a segnalare la prima fase dell’edificio, caratterizzata dalle tre finestrelle centinate che dovevano dar luce alla navata meridionale dell’edificio. Forse decorativi, oltre che ‘citazione’ dell’antico edificio sacro, sono i blocchi d’imposta con decorazione ad arcatelle – un motivo conosciuto nelle membrature architettoniche protoromaniche – collocati in sequenza nel settore orientale della parete meridionale.

I laterizi decorati con motivi geometrici incisi, in una delle più ricche attestazioni di questa tradizione architettonica che ha il ‘cuore’ nella fascia di Toscana che va da Lucca al Senese esaltano la facciata, con l’alto marcapiano al cui centro spicca il riquadro con le chiavi di San Pietro – l’arme che diventerà, con le quattro croci nei riquadri a ricordare i quattro villaggi dei fondatori, quella del Comune.

Una fantasiosa sequenza di motivi si dispiega nella lunetta del portone principale, incornicia gli archi delle porte laterali e delle finestre che dalla facciata, dalla parete meridionale e da quella di fondo irrogano luce nelle navate scandite dalle due sequenze di pilastri che modulavano l’edificio fino ai rinnovamenti settecenteschi, come attesta la preziosissima testimonianza della carta datata intorno al 1745. L’impianto a tre navate, con abside poligonale – trapezoidale – ne sottolinea la coerenza con la tradizione tardoromanica che impronta la cultura delle maestranze valdarnesi, fra Due- e Trecento, tanto che è possibile ritrovare l’impianto planimetrico, con il particolare dell’abside trapezoidale, e anche un’eco dei volumi interni del San Pietro castelfranchese, nel San Lorenzo di Gello di Palaia, possibile redazione in scala minore, con navata unica, del progetto applicato di Castelfranco.

Nella lunga pratica del cantiere matura, in effetti, una cultura coerente, capace anche di assimilare rapidamente le novità proposte dai grandi cantieri urbani. Nella parete meridionale del San Pietro è possibile leggere due fasi probabilmente assai ravvicinate nel tempo, caratterizzate rispettivamente dalla finestrelle coerentemente inserite nel tessuto laterizio dell’impianto iniziale e da due generose finestre aperte in rottura di questo ordito, a loro volta mutilate nel rifacimento settecentesco. I laterizi decorati ancora leggibili ne certificano la datazione – al più tardi – trecentesca. Si è avanzata l’ipotesi che il castelfranchese magister Lippus che orgogliosamente ‘firma’ la pieve di Santa Maria a Marti, nel 1332, potesse essersi formato proprio nell’impresa del cantiere castelfranchese, iniziata al momento stesso della fondazione – già nel 1259 è citata la ecclesia de Castro Franco, nel 1267 vi svolge la sua attività il notaio Ferretto – sostenuta nel 1284 da un intervento del vescovo di Lucca, e forse ancora incompiuta quando si provvide ad adeguare l’ordito di aperture del lato meridionale ai modelli architettonici delle ampie finestrature applicate nelle cattedrali cittadine, dopo le fortunate esperienze duecentesche nelle chiese francescane e domenicane.

La ricerca di dotazioni ornamentali non si limita all’edificio sacro. Già nel 1254 è attestata in Castelfranco una domus – una casa strutturata, ben diversa dall’edificio in materiale deperibile che doveva connotare i villaggi abbandonati – e ben presto sembra che gran parte dell’area castellana sia coperta di edifici residenziali. Il mattone permette di dar mano con rapidità ed efficienza anche all’edilizia privata, che adegua alla scala dei ceti superiori il modello cittadino della casa-torre, ancora leggibile nell’edificio di Via Marconi che doveva prospettare la ‘piazza del Comune’ dell’impianto duecentesco con un’efficacia visiva superiore a quella oggi percepibile, date il più ampio sviluppo in senso nord-sud della piazza.

Laterizi decorati arricchivano anche edifici di minor impegno: è scomparso nei recenti lavori di adeguamento il fregio mattoni decorati con la sola incisione che presentavano un corposo campionario degli schemi geometrici che formano il repertorio di temi geometrici delle fornaci di laterizio del Valdarno fra Due- e Trecento.