CASTELFRANCO DI SOTTO

NEL MEDIOEVO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

Nel dicembre del 740 si svolge davanti al notaio Achipert, in Lucca, un atto che si confonderebbe fra i molti che una straordinaria continuità archivistica ha salvato dall’Alto Medioevo lucchese, se non fosse cruciale per la storia di Castelfranco. Il prete Filicaus dichiara al notaio la sua intenzione di donare alla chiesa di San Quirico, «sita in fundo Arno ubi vocabulum est vico Pontoni prope fluvio Arme», il piccolo appezzamento di terra («aliquantula terrola») che aveva da poco acquistato presso la chiesa e su cui aveva appena costruito una casetta («cellula»).

La donazione, che avviene con il consenso dei fratelli Cunicaus e Filipert, testimoni dell’atto, salva i diritti di usufrutto («sine aliqua taxxationem in ipsa cella vivere et ad ipsa sancta Dei vertutem serviendum») di Tanuara ancilla Dei, sua compagna («qui mecum est»), in un’epoca in cui il celibato ecclesiastico ha contorni ancora assai vaghi. Per il mero caso che ha voluto conservare il documento – probabilmente addotto in causa quando, nel secolo successivo, la chiesa di San Quirico fu al centro di una disputa fra il Vescovo di Lucca e l’abbazia di Sesto, risoltasi comunque a favore del secondo, giacché nel secolo XI San Quirico è solido possesso dell’Abate – Filicaus e Tanuara sono i primi Castelfranchesi di cui sia noto il nome, i primi ‘Castelfranchesi nella storia’, se tratto caratterizzante della ‘storia’ è la disponibilità di fonti scritte.

La chiesa di San Quirico che beneficia della donazione di Filicaus, il prete che secondo la tradizione tardoantica ha la connotazione di vir venerabilis, ha infatti il titolo che oggi è della chiesa di Montefalcone, sul colle dove fu trasferita dal piede della collina, sulle rive dell’Arme – il progenitore dal corso meandriforme, non incanalato, dell’attuale Usciana, regimentata in alvei rettilinei nel corso del Cinquecento – quando l’abitato forse posto su un ‘puntone’ sul fiume era da tempo scomparso, giacché del vico Pontonis si ha notizia solo in questa circostanza. I paesaggi di cui la chiesa è punto di riferimento traspaiono anche dal documento del 1° dicembre 766, che vede l’investitura in rector della chiesa per il presbiter Rotprand; Rotprand è indicato come «havitator in Arsicia, prope Arme». Arsicia è la contrada la cui ultima eco toponomastica è nella Via Carraia Arsiccioli, che zigzaga nella pianura castelfranchese ad ovest della Via di Usciana, a qualche distanza dal corso d’acqua.

La continuità dell’insediamento sparso sul pendio delle Cerbaie che prospetta l’Usciana e nel reticolo stradale dei limites della centuriazione che aveva guidato la colonizzazione augustea della pianura fra Arno e Arme/Usciana, oggi divisa fra Castelfranco, Santa Croce, Santa Maria a Monte, Fucecchio, risalta con particolare evidenza dalla lettura comparata del dato archeologico e di quello offerto dai documenti altomedievali. Il primo, soprattutto grazie alle ricognizioni e ai recuperi condotti nel 1998-99 con i lavori di rinnovamento del sistema di fossati di bonifica, ha permesso di ricomporre nel tratto settentrionale, aderente all’Usciana, della pianura di Castelfranco, in Comana e nella stessa Arsiccioli, un consistente tessuto di insediamenti vissuti fra età imperiale e Tarda Antichità; i documenti propongono una sequenza che inizia con i due citati per San Quirico e giunge al secolo XI, con la registrazione della serie di villaggi (villae) dipendenti nel 1017 dalla pieve di Cappiano – come già San Quirico prope fluvio Arme nell’atto del 766 – che tradiscono l’origine romana non solo nella toponomastica – Valle, Ascianula, Arsiccio, Comana, Libbiana – ma anche nella sovrapposizione con abitati fondati nella prima età romana. Sono esemplari i casi di Comana, con le stratificazioni tardoantiche emerse nelle opere di rinnovamento dei fossati del 1998-9; di ‘Ascialla’, con la sequenza di stratificazioni d’età romana e medievale individuate sul versante di Montefalcone; di Valle, nel territorio oggi di Santa Croce sull’Arno.

La tipologia degli insediamenti altomedievali – come la cellula costruita da Filicaus per sé e la ancilla Dei Tanuara nel 740 – può essere intuita sulla scorta del dato concesso dall’insediamento altomedievale sottoposto a lunga esplorazione, qualche anno fa, a Lignana di Santa Maria a Monte, nel sito che conserva il nome del vicus Leonianus citato in documenti fra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo: abitati eretti con materiale deperibile (argilla cruda, legno, canne), forse su zoccoli di pietre facilmente reimpiegabili, la cui unica traccia sono i frammenti ceramici, nel sintetica repertorio di forme altomedievali della Toscana nord-occidentale. Olle ovoidi, con breve labbro svasato, parati caratterizzate da una fitta solcatura, e boccali d’argilla depurata formano un sistema (l’‘orciolo’ e l’olla) ben riconoscibile – anche grazie agli esemplari integri forniti dagli scavi di Lucca – che esaurisce, fin oltre l’anno Mille, le attestazioni ceramiche. La piccola chiesa di San Lorenzo, ad aula unica provvista di abside, nella storia di reimpieghi infiniti raccontata dalle pietre e dai frammenti laterizi che ne sostanziano le strutture, potrebbe almeno dare un’immagine degli edifici di culto altomedievali come San Quirico, che comunque era completata, come si apprende dall’atto dell’857 che ne esaminò la pertinenza, da un porticale, il portico antistante l’ingresso, dotazione architettonica non inconsueta fra Tarda Antichità e Alto Medioevo.