CASTELFRANCO DI SOTTO

FRA CINQUECENTO E SETTECENTO

UN ITINERARIO ARCHEOLOGICO

 
 

L’emulazione del modello proposto dalle grandi famiglie dell’aristocrazia cittadina traspare in modo esemplare nell’acquisizione di ceramiche ‘armeggiate’ – caratterizzate cioè dalla presenza dell’arme gentilizia – anche da parte delle famiglie dell’aristocrazia locale.

I grandi servizi da tavola dovevano ovviamente essere di metallo, e le figurazioni di cucine o di mense del Seicento e del Settecento mostrano un largo uso di piatti di metallo (rame o peltro). Ma anche le maioliche svolgono un ruolo di prestigio; in particolare, le produzioni che fra Cinquecento e Seicento si qualificano per lo stemma familiare isolato sul bianco fondo di piatti e scodelle (in stile detto ‘compendiario’) sono particolarmente fortunate. L’impiego di ceramiche con stemma era già ben noto nel Medioevo, e nel corso del Quattrocento le grandi famiglie fiorentine avevano fatto a gara nel richiedere sontuose ceramiche con il loro stemma alle officine spagnole di Valenza.

Il rapporto ‘in scala’ fra aristocrazie cittadine e dei piccoli e medi centri è evidente proprio nel livello qualitativo (e di prezzo) delle ceramiche ‘armeggiate’. I Buonvisi di Lucca – la massima fra le famiglie della Repubblica di Lucca fra XVI e XVII secolo – si dotano fra il Cinquecento e i primi del Seicento di una serie di servizi prodotti fra Faenza e – forse – Venezia; gli Strozzi, una delle massime famiglie fiorentine, fanno altrettanto, e la botteghe di maiolica di Montelupo conoscono una ampia serie di commissioni di famiglie fiorentine.

Le ceramiche ‘armeggiate’ delle famiglie delle ‘aristocrazie municipali’ sono invece prodotte soprattutto nella assai più economica ceramica graffita, dalle botteghe che fra la fine del Cinquecento e il Settecento prosperano in molti centri, anche piccoli, della Toscana; Fucecchio, Castelfiorentino e Pomarance ne hanno restituito in anni recenti consistenti tracce archeologiche.

La presenza di scarti di fornace e dei treppiedi distanziatori (le cosiddette ‘zampe di gallo’) impiegati per separare i vasi in cottura, nel terreno usato per livellare l’area su cui veniva costruita la chiesa di Santa Chiara, dovrebbe indicare che anche a Castelfranco operava, nei primi decenni del Seicento, una di queste botteghe; questa, in particolare, produceva piatti e scodelle decorati con motivi araldici, resi con uno schema tipico e ben riconoscibile.

A varie riprese, scavi in Castelfranco hanno restituito piatti e scodelle con gli stemmi di due famiglie castelfranchesi – i Biagini e i Tortolini – e di una famiglia santamariammontese – i Maffei – i cui membri ricoprirono cariche ecclesiastiche a Castelfranco in questo periodo, risolti con la stessa cifra stilistica e iconografica. Possono dunque essere attribuiti a questa officina di vasaio, che si denominerà ‘la bottega degli stemmi Biagini e Tortolini’.

Anche le istituzioni conventuali fanno spesso produrre ceramica su commissione. Gli scavi dell’area del convento di San Francesco a Lucca hanno dimostrato la varietà delle ‘serie’ di servizi prodotti dal Cinquecento al Settecento, caratterizzati di norma dallo stemma conventuale, oppure dalla sigla del convento.

A Castelfranco è documentata una serie prodotta nel corso del Seicento per il monastero dei Santi Iacopo e Filippo, connotata dal monogramma bernardiniano (IHS con croce sulla H) e dalla sigla del convento (SS. I. F.).