ALTOPASCIO:
LO SPEDALE, IL CASTELLO, LA FATTORIA.
UNA STORIA ARCHEOLOGICA

ALTOPASCIO:
LO SPEDALE, IL CASTELLO, LA FATTORIA.
UNA STORIA ARCHEOLOGICA

L’impiego di ceramiche decorate con l’arme familiare – e dunque dette ‘armeggiate’ – è un aspetto consueto della mensa già nel Medioevo, come dimostrano gli stessi contesti di Altopascio, con il frammentario boccale di maiolica arcaica campito da uno scudo con stemma gentilizio. È nel Quattrocento, tuttavia, che esplode questa ‘moda’, dapprima nelle famiglie della grande e media aristocrazia cittadina e in seguito tra i ceti eminenti dei centri minori.
Nel corso di questo secolo, infatti, le commissioni delle maggiori famiglie fiorentine alle manifatture spagnole, che producono i sontuosi capi ceramici decorati con la ‘lustra’, costituiscono una parte consistente del flusso di ceramiche da mensa che da Valenza raggiunge la Toscana.
Anche le botteghe toscane di maiolica si dedicarono rapidamente a sfruttare questo filone del mercato. Già dai primi decenni del Quattrocento, infatti, a Montelupo si predisposero sistemi decorativi in grado di incorniciare stemmi o simboli di istituzioni ecclesiastiche, offrendo un’alternativa economica al sontuoso vasellame ‘ispano-moresco’.
A partire dal 1470-80 il moltiplicarsi di officine dedite alla produzione di ceramiche con decorazione graffita su ingobbio assicurò anche alle famiglie delle aristocrazie locali la possibilità di dotarsi di ceramiche armeggiate, grazie al minor costo delle ceramiche graffite, dovuto all’economicità della copertura di vetrina al piombo rispetto a quella di smalto stannifero della maiolica. Come risalta dai recenti studi della Wentkowska e della Moore Valeri, tra Cinquecento e Seicento a Castelfiorentino e a Pomarance – due tra i più vivaci centri toscani specializzati nella produzione di ceramiche graffite – la domanda di forme aperte da mensa campite da stemmi gentilizi assunse un ruolo di grande rilievo.
Anche lo spedale dell’Altopascio, con le famiglie che si susseguirono nella carica di maestro – i Capponi, i Grifoni – acquisì dotazioni di vasellame prodotto su commissione. Tuttavia la casualità e l’esiguità delle attestazioni non permettono di ricostruire i singoli servizi con la precisione che è stata raggiunta, ad esempio, a Lucca, per le commissioni della famiglia Buonvisi o del convento del San Francesco.
Un solo dato risalta con chiarezza: la dotazione di ceramiche armeggiate fu un elemento di rilievo nella strategia di rinnovamento del complesso ospedaliero, che i Capponi promossero negli ultimi decenni del Quattrocento. L’‘immagine’ dell’istituzione era esaltata anche dalla suppellettile ceramica, con cui veniva offerta l’accoglienza ai pellegrini.
È questo, infatti, lo scopo della commissione di maioliche monocrome con il tau – la crux patibularis simbolo dell’Altopascio – documentata da un frammento dai recuperi nel centro storico e da un esemplare restituito dai rimaneggiati contesti sette-ottocenteschi messi in luce con i saggi nell’isolato fra Via della Dispensa e Via Sant’Iacopo (IV.3). La presenza del solo emblema dell’istituzione, dipinto in blu sul fondo monocromo bianco, avvicina le forme aperte dell’Altopascio alla serie con il simbolo dell’Arte degli Albergatori, prodotta a Montelupo intorno al 1510-1520 o alla commissione per il San Francesco di Lucca, caratterizzata dalle iniziali S F tracciate in blu su fondo bianco e riferita dai contesti ai decenni fra Quattro- e Cinquecento. La fortuna in questo arco di tempo di questa classe di ceramiche, il cui apparato decorativo è limitato al simbolo o alle iniziali dell’istituzione, trova la migliore prova nei boccali con le iniziali del convento di Ognissanti in Firenze, riprodotti intorno al 1480 dal Ghirlandaio nel Cenacolo dello stesso complesso conventuale.
Altre commissioni vengono rivolte alle botteghe, che proprio sul finire del Quattrocento avviano la produzione di graffita. A queste deve essere attribuito il frammento di forma aperta con tau graffito in monocromia sul fondo, entro cornici formate dai motivi vegetali tipici di questa classe ceramica, ben nota nei contesti lucchesi dell’ultimo quarto del XV secolo. La datazione è confermata dal contesto di Altopascio, lo strato 157 del Saggio 8 di Piazza Garibaldi (III.2), collegato al completamento della ristrutturazione capponiana della piazza.
La caratterizzazione delle dotazioni ceramiche si estende anche alle forme destinate all’immagazzinamento e alla distribuzione del cibo o delle bevande, sulle quali è impresso un sigillo con il tau per certificare la pertinenza del capo alle dotazioni dello spedale. I grandi orci ‘a beccaccia’ e i frammenti di catino con labbro ingrossato – ben datati fra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento (I.1) – completano, in effetti, gli arredi ceramici della rinnovata istituzione capponiana.
La famiglia che si trasmette per quasi un secolo il titolo di Maestro impiega ceramiche armeggiate anche per celebrare il proprio ruolo. I Capponi avevano già affidato alle botteghe di Montelupo dei primi del Quattrocento una commissione di ceramiche con l’arme di famiglia, ‘trinciata di nero e d’argento’, ma ad Altopascio l’insegna gentilizia incorpora come ‘pezza onorevole’ il tau dello spedale, con soluzioni differenti.
Il piatto di maiolica di Montelupo, che carica l’arme dei Capponi con il tau , può essere riferito agli anni del Maestro Gugliemo Capponi, visto che il sistema decorativo della tesa, caratterizzato dalle foglie ‘gotiche’, permette di datarlo al 1470-1490.
Allo stesso periodo deve essere attribuita, per i dati del contesto, la piccola forma aperta graffita di cui rimane un frammento che, fortunatamente, salva l’arme ‘partita’ con tau e colori dei Capponi. La cornice di motivi vegetali è simile a quella che inquadra il tondo con tau nel frammento cui era associata nello strato 157 di Piazza Garibaldi. Anche nelle commissioni alla bottega di Luca della Robbia per il palazzo pesciatino della Magione dell’Altopascio i due schemi araldici convivono: l’arme apposta alla facciata dell’edificio applica lo schema impiegato sul piatto di maiolica, mentre nella pala d’altare oggi nel Palazzo Vescovile di Pescia la distinzione fra lo stemma dell’istituzione, con il solo tau, e quello familiare dei Capponi sembra equivalente della soluzione a cui si ricorre nel piatto di graffita.
Due minuti frammenti certificano che la stessa strategia fu perseguita anche da Ugolino Grifoni, nel secondo quarto del Cinquecento. Alla forma aperta in graffita policroma, che presenta entro lo scudo ‘a cartoccio’ in voga in questi decenni i colori della famiglia – ‘d’oro al grifone rampante di nero’, come nell’imponente stemma apposto al palazzo di Via dei Servi di Firenze – fa contrappunto l’arme partita con il tau e il grifone rampante incorniciata dal ‘nastro arrotolato’, uno dei motivi ‘a fondo ribassato’ più in voga nei decenni centrali del Cinquecento.
Con il passaggio dell’Altopascio ai Medici e il tramonto del ruolo ospitaliero rispetto a quello propriamente produttivo, non sembrano esaurirsi le motivazioni celebrative, che sono alla base della domanda di servizi prodotti su commissione.
Come testimoniano gli scarichi di fornace, alle botteghe di Castelfiorentino viene richiesto un servizio con lo stemma dei Medici, che incorpora fra i bisanti un tau che testimonia come la commissione fosse destinata all’Altopascio. La schematizzazione dello scudo e l’ipotetico isolamento del tema decorativo sul campo monocromo riportano allo stile ‘compendiario’ in voga tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento.
Nell’avanzato Seicento, infine, si deve registrare la commissione di grandi forme aperte alle botteghe di maiolica attive a Montelupo, testimoniata dai recuperi nelle discariche esterne alle mura, dovuti all’inesauribile impegno di Arturo Biondi, il quale ha salvato significative testimonianze sulle dotazioni ceramiche della fattoria in questi anni. Sono datati 1670 i piatti che incorniciano un tau reso in arancio entro le ‘foglie verdi’, a lungo impiegate dai vasai di Montelupo (fig. 10). La sigla D A è di incerta lettura, anche se è plausibile l’interpretazione D(ispensa) A(ltopascio), così come un boccale del San Francesco di Lucca – qualche decennio più tardi – dichiarava con la scritta canova la sua appartenenza a quella che oggi si chiamerebbe ‘cantina’.
La consistenza numerica della commissione, con cui evidentemente si rinnovavano le dotazioni della fattoria e dello spedale, è dimostrata dall’elevato numero dei frammenti; la coerenza stilistica certifica che la commissione fu rivolta ad una sola bottega di vasaio.
Probabilmente nello stesso volgere di tempo viene acquisita, per un livello di consumo meno elevato, la povera commissione di grandi piatti ingobbiati, in cui il solo elemento decorativo, reso con l’incisione, è il tau fra lettere, iniziali di una sigla di oscura identificazione.