ALTOPASCIO:
LO SPEDALE, IL CASTELLO, LA FATTORIA.
UNA STORIA ARCHEOLOGICA

ALTOPASCIO:
LO SPEDALE, IL CASTELLO, LA FATTORIA.
UNA STORIA ARCHEOLOGICA

Il Palazzo del Rettore (tav. II, A e A-1)
Il corpo di fabbrica A è una struttura dall’evidente carattere palaziale, ‘cuore’ e snodo dell’impianto ospitaliero; non può che essere identificato con la sede del Maestro e – sulla scorta della terminologia attestata in un documento del 1283 – lo si potrà denominare convenzionalmente Palazzo del Rettore, anche se è assai probabile che la curia in cui Alberto rettore dello spedale fa stendere un atto il 28 dicembre 1224 possa essere questo edificio, o il cortile in cui si apre a mezzogiorno.
Il Chiostro Occidentale (tav. II, B)
Il corpo di fabbrica B corrisponde al Chiostro Occidentale, la cui planimetria trapezoidale è scandita da un porticato che l’indagine guidata da Giuseppe Dal Canto ha recentemente fatto ricostruire, in maniera del tutto convincente .
Se almeno dal 1222 il claustrum dello spedale è luogo in cui si redigono atti, il dato archeologico rivela – anche se con indicazioni oblique e legate a saggi in punti marginali – che il Chiostro Occidentale venne costruito sul suolo vergine, dedicando una particolare attenzione alle opere drenanti, indispensabili ad assicurare le fondazioni di edifici imponenti sull’argilloso e impermeabile suolo delle Cerbaie scelto dai fondatori dell’istituzione. Il saggio eseguito nel vano a nord dei granai (II.1), infatti, dimostra anche nelle fondazioni la coerenza d’impianto del paramento esterno del Chiostro Occidentale con un setto murario ad esso ortogonale che, fino alla costruzione dei granai, nel Settecento, fungeva da parete occidentale del complesso palaziale, e – pur nell’ambiguità delle informazioni cronologiche desumibili dalle tipologie ceramiche bassomedievali – ne indica la messa in opera almeno nel XIII secolo, con l’apertura di trincee di fondazione sul terreno vergine, in cui vengono alloggiate bocche di drenaggio.
Il Chiostro Orientale (tav. II, C e C-1)
È ancora il dato delle indagini condotte nel 2005 in Piazza Garibaldi ad offrire la chiave di lettura per recuperare l’aspetto di questo settore dello spedale nel XIII secolo.
La struttura messa in luce con due distinti saggi in Piazza Garibaldi (III. 2) disegna infatti il lato meridionale di un complesso il cui lato settentrionale è costituito dal corpo di fabbrica C delle mura, l’orientale è apparso nello scavo del fondo di Via della Dispensa 10 (IV.1). La tipologia delle fondazioni del lato meridionale testimonia che l’edificio si apriva a mezzogiorno con un’archeggiatura su pilastri che ne avalla l’identificazione con una delle curiae descritte da Bartolomeo de Bonittis nel 1419-20, prima che i rinnovamenti capponiani trasformassero radicalmente gran parte del complesso altopascino; lo si definirà, per mere esigenze di comodo, Chiostro Orientale. Prospettava l’ampio cortile (tav. II, E) cui si accedeva dalla porta vigilata, sulla sinistra di chi entrava, dalla potente torre campanaria del Sant’Iacopo, la cosiddetta ‘Porta del Campanile’, o ‘a Padule’ (tav. II, K).
Un altro accesso monumentale a questo settore del complesso poteva essere offerto dalla poderosa struttura (tav. II, D) rintracciata nei saggi condotti a più riprese sul lato orientale del Chiostro Orientale, in Via della Dispensa (IV.1) e sotto la sede stradale stessa (IV.4); la presenza di sole ceramiche acrome nei livelli di cantiere e nei primi di vita impone infatti di circoscriverne la fondazione – per di più come solo terminus ante quem – entro la metà del XIII secolo.
L’addizione orientale (tav. II, E)
Le sequenze stratigrafiche dei saggi in Via della Dispensa e nel fondo con accesso da Via Sant’Iacopo (IV.1-2) pongono ancora entro questo secolo il completamento del profilo castellano di Altopascio, con l’addizione al complesso ospitaliero dell’area attigua ad oriente, chiusa da una cerchia muraria ben riconoscibile per la tecnica edilizia, che prevede assise con paramento lapideo alla base e laterizio nei superiori. Vi si aprono le due porte ‘di Pescia’ (tav. II, L) e ‘Fiorentina’ (tav. II, M); la lunga cortina orientale è vigilata e protetta dalla Torre della Voltola, o del Casale (tav. II, F), in cui è applicata la tecnica edilizia appena descritta.
In conclusione, il complesso ospitaliero di Altopascio sembra scaturito da un progetto sostanzialmente unitario, realizzato in un arco di tempo relativamente ristretto, compreso entro il XIII secolo, e forse ancor più precisamente nella prima metà del secolo; è significativa, al riguardo, la vendita di beni del 1238, funzionale ad acquisire risorse pro utilitate et melioramento scilicet rehedificanda domo que est inter mansionem et pelegrinarium. Come già osservava Muciaccia, a buona ragione il rector Gallico (1227-1249) poteva essere presentato, in un atto del 1242, come vero ‘costruttore’ dello spedale, factus et constructus a domino Gallico humili magistro et rectore dicti hospitalis et mansionis.
L’afflusso imponente di liquidi, grazie all’attività di questua esercitata su licenza pontificia, garantiva in questi decenni all’Altopascio risorse tali da consentire lo sviluppo di vere e proprie attività bancarie, oltre che l’incessante acquisto di proprietà fondiarie destinate a farne entro la metà del secolo la più ricca istituzione ecclesiastica della diocesi lucchese. La trasformazione monumentale della sede dell’istituzione, che ne enfatizzava il ruolo di accoglienza e ne propagava la fama, doveva essere scopo non secondario della politica altopascina, che proprio negli anni del rettore Gallico raggiunge l’apogeo del successo, con la concessione da parte del Pontefice – il 5 aprile 1239 – della regola degli Ospitalieri Gerosolimitani. Si potrebbe dunque sospettare che la varietà di tecniche edilizie impiegate – coerente peraltro con le materie prime disponibili, soprattutto il laterizio e la quarzite dei Monti Pisani – rifletta l’attività pressoché contemporanea di vari magistri – i capomastri attivi ciascuno su un diverso settore del complesso – piuttosto che il succedersi di varie tradizioni o la diversa disponibilità di materia prima.
Con la doverosa premessa che l’articolazione del complesso medievale è riconoscibile solo nelle grandi linee, il dato archeologico esorta a tentare un ‘viaggio’ nel complesso ospitaliero del Duecento.
Sul lato meridionale – annunciato da un dominante segno del paesaggio, la torre campanaria – si offriva ai pellegrini che giungevano da Lucca, ortogonale alle mura, la facciata della rinnovata chiesa di Sant’Iacopo, il cui apparato decorativo comunicava con il vibrante linguaggio delle immagini il ruolo dell’istituzione e i suoi ideali; ancora nella vignetta tratteggiata da un anonimo agrimensore lucchese dei primi del Quattrocento è il tratto distintivo dello spedale. Questo ha il ‘cuore’ nel Palazzo del Rettore, i ‘polmoni’ nei due Chiostri, aperti su grandi piazze in porticati comunicanti fra loro con la complessa rete funzionale che emerge dalle disposizioni della duecentesca Regola, e che è oggi appena intuibile nel percorso che suggeriva ancora il maestro Bartolomeo de Bonittis nel 1419.
Nell’enfasi del maestro, si susseguono:
a) in ... mansionis ingressu ... domus mirabilis pro colligendis pauperibus ordinata in qua euntes et redeuntes reficiebantur ...
b) Erat in secundo loco domesticorum curia, in qua quotidie a mane usque ad noctem mensae reperiebantur paratae ...
c) In tertio vero loco erat curia nobilius honorabilis et decora in qua maiores personae cuiuscumque status vel dignitatis honorabantur ...
d) Erat insuper in quarto loco refectorium fratrum in quo tam clerici quam laici sub silentio et cum sacra paginae lectione refettionem accipiebant ....
Se volessimo seguire la retorica del maestro, potremmo accedere allo spedale dalla monumentale ‘Porta del Campanile’ – al centro della figurazione castellana nella vignetta quattrocentesca, ancora cartografata nel Catasto leopoldino (tav. II, K) – ed entrare quindi nel Chiostro Orientale (tav. II, C-1): la domus mirabilis pro colligendis pauperibus potrebbe essere dunque riconosciuta nel complesso C, e identificata nel pelegrinarium già attivo nel 1238.
Le strutture ‘di servizio’ che formano un diaframma fra Chiostro Orientale e Chiostro Occidentale, collegando il Palazzo del Rettore con la chiesa di Sant’Iacopo, potrebbero essere gli ambienti descritti dal de Bonittis come domesticorum curia; questo è forse l’edificio per il cui completamento Gallico dovette ricorrere – caso assai raro nell’attività altopascina della prima metà del Duecento – all’alienazione del 1238.
La galleria rinnovata negli anni di Guglielmo Capponi, come testimonia la ‘firma’ affidata all’arme gentilizia apposta sulla volta a botte, potrebbe aver svolto il ruolo di ingresso monumentale dal Chiostro Orientale all’Occidentale. Il portale duecentesco – come certificano i laterizi della ghiera multipla – leggibile nel tratto meridionale della parete orientale ha infatti chiaramente dimensioni inadeguate a celebrare l’accesso alla curia nobilius honorabilis et decora, riservata ai viandanti di rango sociale elevato: la mansio vera e propria, strutturata su due ordini dal cortile porticato che conduceva agli ambienti destinati all’accoglienza nelle varie forme, da quella ospedaliera vera e propria, per i viandanti infermi, a quelli in cui uomini e animali potevano riposare ed essere rifocillati, prima di riprendere il cammino per Roma o del ritorno.
Oggi è forse l’Ospedale dei Cavalieri di Rodi, nell’aspetto raggiunto alla fine del Quattrocento e singolarmente conservato dal disinteresse del conquistatore turco sino all’Ottocento e ai restauri voluti dagli Italiani nel 1914, il monumento in cui più facilmente può essere apprezzato il modello applicato dal magister che coordinava il progetto e le maestranze all’opera ad Altopascio nei primi decenni del Duecento. Non è difficile ipotizzare che fonte comune dello spedale altopascino e di quello dei Cavalieri di Rodi fossero i perduti spedali gerosolimitani della Terrasanta, e che questi replicassero il tipo architettonico del pandocheion/xenodocheion bizantino o del caravanserraglio (khan, funduq) del mondo islamico. Una miniatura duecentesca di al-Wasiti per le Maqamat di al-Hariri ha come sfondo un tipo di funduq che può essere agevolmente proiettato sul Chiostro Occidentale di Altopascio per restituirlo – appena mutando le vesti dei frequentatori – alla vivace quotidianità del Basso Medioevo.
Nella retorica descrizione del refectorium fratrum, infine, potrebbe essere compreso il Palazzo del Rettore, il cui accesso poteva avvenire dal Chiostro Occidentale attraverso il superstite portale laterizio che immette nella corte in cui da tempo spiccava il pozzo (I.1).
L’addizione orientale poteva offrire al complesso ospitaliero le strutture che lo sostanziavano negli aspetti produttivi e di gestione delle imponenti proprietà fondiarie, con le due porte che garantivano un agevole flusso dal territorio, indipendente – almeno potenzialmente – da quello dei pellegrini.
L’ambiente ricomposto dai saggi in Via della Dispensa (IV.1) può essere riferito a questa tipologia, anche se i dati di scavo assicurano solo della sua coerenza e contemporaneità con la cerchia muraria e non forniscono alcun indizio sulla destinazione funzionale. Continuando con le ipotesi, si potrebbe argomentare che il portale che si addossava alla sua parete meridionale scandiva i due distinti settori dell’Altopascio bassomedievale e disciplinava il passaggio dall’uno all’altro, integrandosi nella parete orientale del cortile C-1, forse conservata negli allineamenti degli edifici sul lato sud-orientale di Piazza Garibaldi.